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lunedì 2 novembre 2009

La politica dell'immigrazione in Italia












L'appunti del discorso di Sergio Briguglio. Più informazioni si trovano qui e qui.


Sommario

  • Gli elementi principali della normativa sull'immigrazione
  • Evoluzione del quadro normativo: costanti e variabili
  • La riforma recente: il pacchetto sicurezza
  • La riforma auspicabile
  • Conclusioni


Gli elementi principali della normativa sull'immigrazione

Ingressi per per "interesse legittimo" all'inserimento (concorrenziale o non concorrenziale) o per "diritto"

  • Interesse legittimo all'inserimento concorrenziale (lavoro, studio): limiti numerici, requisiti
  • Interesse legittimo all'inserimento non concorrenziale (turismo, affari, motivi religiosi): nessun limite numerico, autosufficienza
  • Diritto: asilo e protezione sussidiaria, unita' familiare (ricongiungimento); non limitati numericamente, requisiti

Numeri:
  • lavoro non stagionale: circa 25.000 per anno fino al 2005, circa 470.000 nel 2006, 170.000 nel 2007, 150.000 nel 2008
  • lavoro stagionale: circa 50.000 per anno fino al 2005, 80.000 per anno nel 2006-2008
  • turismo: circa 400.000 per anno
  • affari: circa 130.000 per anno
  • ricongiungimento: circa 50.000 per anno fino al 2005, circa 100.000 nel 2006
  • richiesta asilo: circa 13.000 nel 2007 (riconoscimenti: circa 10%; permessi umanitari: circa 40%)

Interferenze tra flussi:
  • requisiti meno stringenti per gli ingressi di breve durata (turismo, affari) => numeri alti => possibile interferenza con controllo immigrazione (overstayers)
  • l’ammissione al riconoscimento del diritto d’asilo prescinde da un ingresso formalmente legale; possibile abuso; interferenza con controllo immigrazione

Immigrazione per lavoro:
condizioni:
  • decreto flussi: limiti numerici (quote)
  • richiesta di nulla-osta da parte di un datore di lavoro
  • lavoratore residente all'estero
  • assenza di motivi ostativi all'ingresso
  • accertamento di indisponibilita'
  • alloggio
  • spese di rimpatrio
  • applicazione del CCNL
  • reddito del lavoratore non inferiore ad assegno sociale
  • reddito del datore
  • problema: incontro diretto domanda-offerta
conseguenze:
  • ingresso per turismo finalizzato a ricerca di lavoro
  • overstaying
  • emersione tramite uso improprio del decreto-flussi o tramite sanatoria (negli anni 1988-2002, 285.000 ingressi di chiamati, 1.360.000 sanati)
  • alto tasso di illegalita' (obbligata)
  • nota: in tempi recenti, con un decreto-flussi sono state accolte le molte domande in eccesso rispetto al precedente (2006, 2008)

Unita' familiare
  • ingresso per ricongiungimento e/o permesso per motivi familiari
  • familiari ammessi: coniuge, figli minori (e minori affidati), genitori a carico (a certe condizioni), figli maggiorenni invalidi, genitore naturale (a certe condizioni)
  • requisiti: reddito e alloggio (commisurati alle dimensioni del nucleo familiare)
  • forme di tutela rispetto all'allontanamento
  • conversione (18 anni o rottura del legame)

Asilo
  • status di rifugiato, protezione sussidiaria, protezione umanitaria, asilo costituzionale
  • domanda presentata sul territorio italiano
  • divieto di respingimento in paese in cui vi sia rischio di persecuzione o di respingimento verso paese a rischio
  • esame da parte della Commissione territoriale
  • giurisdizione del giudice ordinario

Stabilita' del soggiorno
  • durata del permesso non superiore a due anni
  • rinnovo condizionato a mantenimento requisiti, disponibilita' di alloggio e reddito per il nucleo familiare
  • permesso CE per soggiornanti di lungo periodo: 5 anni di soggiorno pregresso, assenza di pericolosita', reddito, alloggio (solo per familiari); si perde per pericolosita'

Allontanamento
  • respingimento
  • espulsione (ordine pubblico e sicurezza dello Stato; misura di sicurezza; alternativa alla pena; sostitutiva della pena; prevenzione; soggiorno illegale)
  • allontanamento coattivo (salvo mancata richiesta di rinnovo)
  • trattenimento in CIE
  • competenza per ricorsi e convalide: giudice di pace
  • divieti di espulsione (persecuzione; minore, donna incinta o puerpera e marito convivente, carta di soggiorno, familiare di italiano)

Diritti
  • assistenza sanitaria (iscrizione al SSN; STP, con divieto di segnalazione)
  • assistenza sociale (diritti soggettivi: permesso CE slp; sentenze Corte Costituzionale)
  • previdenza (parita' con l'italiano)
  • minori (istruzione; art. 31, co.3)
  • protezione sociale


Cittadinanza
  • ius sanguinis
  • matrimonio con italiano
  • nato in Italia, legalmente e ininterrottamente residente fino ai 18 anni
  • naturalizzazione:
  • straniero legalmente residente da almeno 10 anni
  • straniero maggiorenne nato in Italia, o che abbia un genitore o un nonno che sia stato cittadino italiano per nascita, e che sia legalmente residente in Italia da almeno 3 anni


Evoluzione del quadro normativo: costanti e variabili

Costanti:
  • sostanziale impossibilita' di incontro diretto (legale) tra domanda e offerta di lavoro
  • alto tasso di irregolarita'
  • sanatorie e uso improprio del decreto-flussi
  • lotta contro l'immigrazione illegale: permanente tendenza all'inasprimento delle sanzioni
  • diffidenza verso il richiedente asilo (sospetto abusivo): limitazione dell'effetto sospensivo del ricorso, trattenimento
  • prevalenza dello ius sanguinis sullo ius soli
Variabili:
  • eccezioni rispetto alla chiamata a distanza (sponsorizzazione, autosponsorizzazione: col contagocce)
  • recepimento della normativa comunitaria:
  • comunitari (in particolare, neocomunitari): libera circolazione, diritto di soggiorno
  • asilo: status (protezione sussidiaria), procedure (diritto al ricorso), accoglienza richiedenti (accesso al lavoro)
  • permesso CE slp (durata del soggiorno pregresso, titoli abilitanti alla richiesta)
  • ricongiungimento (tutele rispetto all'allontanamento)


La riforma recente: il pacchetto sicurezza


Provvedimenti:
  • L. 125/2008
  • D. Lgs. 159/2008
  • D. Lgs. 160/2008
  • L. 94/2009
  • D. Lgs. Comunitari (ritirato)
  • L. 133/2008 (finanziaria)
  • L. 102/2009 (regolarizzazione)

Reato di soggiorno illegale (ammenda o espulsione; obbligo di denuncia)
  • Onere di esibizione del permesso di soggiorno (esclusa sanita' e prestazioni scolastiche obbligatorie)
  • Esibizione del permesso per trasferimento di denaro
  • Matrimonio in Italia: dimostrazione di regolarita' del soggiorno
  • Prolungamento del trattenimento in CIE
  • Reclusione e confisca alloggio per affitto a scopo di ingiusto profitto ad irregolare
  • Reclusione per impiego lavorativo di straniero non autorizzato

Accordo di integrazione
  • Contributo 80-200 euro per rilascio e rinnovo del permesso
  • Aumento della durata della residenza in Italia per l'acquisto della cittadinanza per matrimonio
  • Conrtributo di 200 euro per le istanze relative alla cittadinanza
  • Test di italiano per il permesso CE slp

Abolizione del silenzio-assenso per il ricongiungimento
  • Limiti al ricongiungimento del genitore a carico (ultra-65-ene senza altri figli in patria abili a mantenerlo; assicurazione sanitaria)
  • Limiti al ricongiungimento del genitore naturale (altro genitore in Italia; reddito e alloggio da subito)
  • Ridefinizione del reddito necessario per il ricongiungimento
  • Limitazione dell'inespellibilita' per familiare di italiano (secondo grado)

Ronde
  • Segnalazione di irregolarita' da parte del sindaco

Conversione del permesso ai 18 anni: per minori non accompagnati, requisiti di affidamento e inserimento concorrenti, anziche' alternativi

Cancellazione anagrafica per mancato rinnovo di dichiarazione di dimora, trascorsi 6 mesi dalla scadenza del permesso

Requisito di 10 anni di soggiorno legale continuativo per l'assegno sociale
Modifica di art. 1, co. 2 D. Lgs. 286/1998


I respingimenti in mare

Stranieri respinti in alto mare verso la Libia:
  • non consentito l'accesso alla procedura di richiesta di protezione internazionale a persone comunque sotto il controllo di fatto dell'Italia (o, addirittura, se trasportati a bordo di navi italiane, in territorio italiano)
  • violazione del principio di non refoulement (art. 33 Conv. Ginevra): la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra e non si obbliga a non rinviare lo straniero in un paese in cui possa subire persecuzione
  • violazione art. 3 CEDU (in Libia i respinti rischiano concretamente di subire trattamenti inumani o degradanti)


La riforma auspicabile

PDL Bobba et al.
  • permettere la ricerca di lavoro legale in Italia:
  • ingresso per ricerca di lavoro (mezzi di sostentamento; spese di rimpatrio; impronte; copia del passaporto; limiti numerici?)
  • conversione turismo-lavoro
  • sostenere la forza contrattuale del lavoratore straniero:
  • rinnovo del permesso anche in pendenza di vertenza o di accertamento giudiziario dell'esistenza di un rapporto di lavoro o della legittimita' di un licenziamento
  • graduare le sanzioni per lo straniero irregolare:
  • modulazione del divieto di reingresso in base all'efficacia e alla prontezza della collaborazione
  • sostegno al reinserimento in patria


Conclusioni

Rispetto all'inizio degli anni '90:
sul piano formale:
  • quadro legislativo piu' completo
  • insieme di diritti piu' solido (ma comunque meno diritti che per gli italiani)
  • parte repressiva via via piu' accentuata (piu' doveri che per gli italiani)
  • difficile accesso alla cittadinanza (sostanziale assenza dello ius soli)
sul piano sostanziale:
  • stessa inefficienza della politica degli ingressi
  • stessa irregolarita' obbligata
  • stessi efficienza dei meccanismi di transizione dall'irregolarita' alla regolarita'
  • clima piu' ostile, soprattutto dove gli immigrati si inseriscono meglio dal punto di vista economico
  • crescita della popolazione immigrata da circa 500.000 presenze a circa 4.500.000
  • bambini di fatto largamente inseriti (problemi pero' per la seconda generazione nella transizione all'eta' adulta)

Linee guida (per una comunita' etica):
  • esercitare pressione politica perche' si creino vie percorribili di immigrazione legale (da elaborare e mettere alla prova)
  • perseguire uguaglianza di diritti e doveri (aumento dei diritti, diminuzione dei doveri), salva la possibile progressivita' dei diritti
  • prendersi cura particolare della seconda generazione: lingua, istruzione, mobilita' sociale

venerdì 30 ottobre 2009

Immigrazione: conoscenza e solidarietà







L'autore del rapporto del immigrazione in Italia è Franco Pittau, direttore del dossier immigrazione Caritas.


Immigrazione in Italia - il rapporto 2009

mercoledì 13 agosto 2008

L’impegno della chiesa nel nostro tempo

Savona 1968

La Conferenza, udite le valutazioni della situazione presente della nostra Chiesa, contenute nel rapporto del Comitato Permanente e rispecchiate dall’ampio dibattito, conferma l’esigenza non più rinviabile di dare ai problemi vecchi e nuovi soluzioni nuove e adeguate che consentano modi di servizio e di testimonianza consoni al tempo di crisi e di radicali trasformazioni della società in cui siamo chiamati a predicare la Parola di Dio.

Pertanto:

  1. Le nostre comunità prendano coscienza che non possono coltivare soltanto una vita di pietà nel loro interno, ma devono anche annunciare l’Evangelo, senza compressi, a tutto il paese. La Chiesa rifiuti di essere conforme a un sistema da vita che vuole soltanto conservare se stesso, ma accetti di promuovere il processo di liberazione dei minimi dallo sfruttamento; non sia condizionata dalla preoccupazione di salvaguardare il prestigio denominazionale ma da quella predicazione.


  2. Si concentri, si caratterizzi e si localizzi l’iniziativa del metodismo nel contesto dell’evangelismo italiano.

    Ciò comporta:

    • la riaffermazione del principio del sacerdozio universale del credenti con l’immediata valorizzazione del diaconato in tutte le implicazioni che esso ha nella vita della Chiesa secondo l’insegnamento della Scrittura e con la istituzione di un secondo ruolo pastorale che si differenzi dall’attuale per un diverso rapporto amministrativo con la Conferenza;

    • l’immediata valorizzazione di un pastorato che non abbia soltanto caratteristiche parrocchiali ma riacquisti quelle della predicazione fatta al mondo.



  3. La Conferenza demanda al Comitato Permanente lo studio e l’attuazione organica di tali proposte, tenendo conto dei risultati che, per iniziativa dei singoli Circuiti, si registreranno in questa linea.


  4. La Conferenza impegna tutti i suoi componenti a portare alla base l’esigenza di questi nuovi modi di testimonianza e quella di un adeguato approfondimento teologico.

lunedì 11 agosto 2008

Sacerdozio universale, ministeri, strutture della chiesa

Ecumene 20-25 Agosto 1978

La riflessione sul tema di questo Campo è un ulteriore momento di una ricerca iniziata alcuni anni or sono sul problema non solo di un rinnovamento del pensiero teologico delle nostre chiese ma anche della loro organizzazione.
Già nello ‘atto di autonomia’ del 1962 si afferma che nella chiesa c’è un solo sacerdozio, quello della predicazione dell’Evangelo, e che non esiste il sacerdozio “detenuto esclusivamente da un ordine particolare o da una particolare categoria di uomini.”

Nella Conferenza Metodista del 1975, nel campo biblico dello stesso anno, e successivamente nella Conferenza del 1976, si individua lo spazio di azione delle nostre chiese nella contrapposizione della predicazione dell’Evangelo alla cultura dominante cattolica. In questo quadro si ritiene che il compito del pastore si configuri “come strumento di aggregazione comunitaria”, con il conseguente rifiuto di “ogni ruolo sacrale e tentazione individualistica”. Nel presente campo, lungo la linea della elaborazione sopra ricordata, si è cercato di affrontare i seguenti temi:
  1. Struttura. Nell’ambito di un discorso sulla ecclesiologia, essa risulta essere ripetizione di moduli predeterminati affidata ad un gruppo elitario di persone, che ne curi e garantisca la trasmissione. La chiesa però nel suo organizzarsi non può affidarsi a tale modalità, in quanto suo compito è la predicazione dell’Evangelo, che “non equivale a trasportare nella nostra realtà, in modo automatico, una determinata testimonianza biblica” (Campo biblico 1977).

    Il riferimento biblico è per noi senza dubbio ineliminabile, ma ciò comporta numerosi problemi: per esempio, la presenza nello stesso Nuovo Testamento di varie e diversificate interpretazioni della figura di Gesù ci costringe a mettere in discussione il quadro teologico e concettuale ritenuto ancora oggi intangibile. L’evento del “Dio che non può essere posseduto”, del Dio che Gesù di Nazareth rivela come agape, in contrapposizione al Dio raggiungibile attraverso ‘eros’, è da rivivere nella nostra situazione strorico-culturale, alienante proprio perché ripetitiva di valori obsoleti.


  2. Ministeri. Nelle chiese di cui il Nuovo Testamento dà notizia v’è varietà di ministeri, frutto di situazioni ed ecclesiologie diverse: non vi è quindi un unico modello riproducibile. Tuttavia storicamente si è verificato con solo il prevalere di alcuni ministeri su altri, ma gli stessi sono stati cristallizzati come momenti pedagogici (ripetitivi), e inevitabilmente ridotti a strumenti di mediazione.

    Ogni tipo di mediazione sacrale è inaccettabile, anche se questa costantemente si riproduce nella vita dell’uomo; riteniamo invece accettabili quei momenti di mediazione” tecnica ove essa, in vista di una lotta contro le alienazioni della cultura dominante, si configuri come strumento di aggregazione comunitaria, e sia sottoposta a verifica da parte dell’assemblea.

    Un aspetto del permanere di una mediazione sacrale sembra essere il riferimento ad una vocazione ‘speciale’, all’interno di una più ampia rivolta a tutti i credenti. Pur nei limiti della nostra analisi riteniamo che il riferimento alla vocazione ‘generale’ di tutti i credenti sia mezzo insostituibile per combattere la presunzione dell’esistenza di una casta elitaria, sacra ed intangibile per volontà divina.


  3. Evangelizzazione. Nel quadro della ‘vocazione generale’, i ministeri nella chiesa sono pertanto una risposta di servizio. Ci sembra che le varie forme in cui questo servizio si organizza debbano tendere ad aggregazioni in vista della lotta per la liberalizzazione del popolo dai condizionamenti culturali e religiosi che lo opprimono: questo ci pare essere oggi evangelizzazione.

    Contattiamo che le attuali strutture delle nostre chiese non sono funzionali a tale scopo perché rivolte – nella maggioranza dei casi – ad una edificazione fine a se stessa della comunità. Di fronte alla “grave ora di disorientamento e di sfiducia che il paese attraversa, in cui si manifestano da una parte tentativi di restaurazione del cattolicesimo romano tradizionale e dall’altra parte ricerche di illusorie certezze in nuovi culti o movimenti spiritualistici” (odg sulla evangelizzazione non è offrire la sicurezza religiosa che la gente chiede, ma annunziare il Cristo che libera. Ciò comporta però avere il coraggio di vivere la ‘nuova nascita’ anche sul piano delle nostre strutture, elaborandone di nuove e credibili.

    Riconosciamo di non avere soluzioni pronte a questo riguardo: pure dobbiamo tentare nella vita concreta delle nostre chiese di attualizzare quel sacerdozio universale dei credenti che al tempo della Riforma costituì elemento di rottura di una situazione cristallizzata, e di apertura verso un nuovo cammino.

mercoledì 6 agosto 2008

La predicazione nel nostro tempo

Ecumene, 19-25 settembre 1977

Il Convegno di pastori e laici che si è riunito ad Ecumene dal 19 al 25 settembre 1977, in seguito all’invito della ultima Conferenza, per un esame del problema della predicazione nel nostro tempo, ha affrontato i seguenti temi:

  • la questione del canone biblico
  • una valutazione della critica biblica e delle problematiche ad essa connesse
  • una panoramica delle più recenti analisi scientifiche condotte sulla Bibbia e degli interrogativi che esse pongono.

Il dibattito si è articolato intorno a questi punti:
  1. Tenendo conto dei risultati sinora acquisiti dalla ricerca biblica è possibile affermare che la Bibbia è una raccolta di testimonianze di fede nel Dio vivente e, in quanto tale, gli scritti, sia dell’Antico che nel Nuovo Testamento intendono essere un annuncio di ciò che, nella fede, è stato compreso e vissuto come intervento di Dio nelle vicende degli uomini.Non deve sorprendere perciò il fatto che nel Nuovo Testamento (sul quale l’assemblea si è particolarmente soffermata) abbiamo a che fare non con delle testimonianze diverse, la cui diversità è dovuta non tanto alla personalità degli autori quanto, piuttosto, alla situazione oggettiva in cui le chiese dell’epoca si trovavano a testimoniare dell’evento della rivelazione.

    Questo carattere degli scritti neotestamentari (come peraltro di quelli dell’Antico Testamento), comporta che è illusorio pretendere di incontrare direttamente, chiaramente e inconfondibilmente la Parola di Dio nella sua immediatezza; al contrario essa si fa “…conoscere in maniera velata, nascosta, contraddittoria: perché la sua Parola sia e rimanga veramente la Parola di Dio riconoscibile soltanto nel mistero della fede.” (Subilia, Sola Scriptura, pag. 45, Claudiana, Torino 1975 )


  2. C’è una ragione di ordine storico per poter insistere sulla necessità e attualità del riferimento alla Bibbia: la civiltà occidentale, nelle sue grandi linee, è costruita su valori presunti cristiani, la cui portata mistificante può essere smascherata soltanto attraverso una attenta analisi scritti biblici.
    C’è poi, soprattutto, una ragione di ordine teologico: in diverse tradizioni bibliche cogliamo una proclamazione dell’evento della rivelazione, che è l’evento di Gesù di Nazareth.

    In questo senso parliamo oggi di ‘Sola Scriptura’. Dunque non nel senso che sia possibile riferirsi alla Bibbia in modo acritici, ritenendo come canonico, cioè normativo, tutto ciò che è contenuto nelle sue singole parti: in essa i sono degli scritti (per esempio le lettere pastorali in cui l’acento viene posto particolarmente sulla chiesa e sui problemi della sua organizzazione) il cui centro non è più la proclamazione dell’evento.


  3. Da quanto detto finora, PREDICARE non equivale a trasportare nella nostra realtà in modo automatico una determinata testimonianza biblica ma rivivere l’evento di Gesu di Nazareth nella nostra situazione storica. “Cosa sia Evangelo non è cosa che lo storico decide una volta per tutte; Evangelo è ricerca e decisione del credente condotto dallo Spirito Santo nell’ascolto e nella lettura della Scrittura.” (Gioventù Evangelica, Nº 20, pag. 7)

    Appare evidente che ogni ricerca di una linea di predicazione è intrinsecamente legata ad una prassi, cioè ad una scelta di vita della comunità.
    Tale prassi veniva già indicata dalla Conferenza del 1968 come promozione del processo di liberazione dei minimi dallo sfruttamento, e nei documenti delle Conferenze e dei Convegni pastorali del 1975 e del 1976, sintetizzata nei termini di contrapposizione del messaggio dello Evangelo alla cultura dominante ‘cattolica’.

    In concreto, ciò significa che oggi le nostre chiese devono essere momenti non tanto di aggregazione religiosa quanto, piuttosto, di aggregazione comunitaria per una predicazione che si opponga vigorosamente alle spinte, già in atto, verso una società totalizzante: e cioè una societa che, per la sua stessa struttura e per le logiche che ne derivano, tende ad emarginare e ad espellere i’diversi’, ossia coloro che non si collocano all’interno delle sue istituzioni e dei suoi schemi di vita, fuori dai quali – si afferma da più parti – ci sarebbero, solo fenomeni di disordine o addirittura si sovversione, che vanno repressi per difendere lo ‘stato democratico’.


Questo discorso non convince: infatti, da una parte non si comprende come possa dirsi ‘democratico’ uno stato che nega il diritto alla ‘diversità’, dall’altra, nella nostra situazione, lo stato che si vuole difendere non riesce ad assicurare neanche quei servizi fondamentali per un normale svolgimento della vita associata: quindi il costante riferimenti allo ‘stato democratico’ è di fatto una sorta di ‘mitologia’.

In questo contesto, la predicazione della ‘libertà del cristiano’ è un contributo concreto per la realizzazione del diritto all’esistenza dei ‘diversi’ in quanto tali, e nel contempo una lotta per l’affermazione della verità contro ogni ‘mito’: pertanto, veramente liberatoria.

    martedì 5 agosto 2008

    Dialogo ecumenico e lotta alla “cultura cattolica”

    Ecumene 13-17 Settembre 1976

    Nei giorni 13-17 settembre 1976 ha avuto luogo ad Ecumene una assemblea di pastori e laici (metodisti e valdesi) per impostare il problema del rapporto tra il ‘dialogo ecumenico’ e la lotto alla ‘cultura cattolica’ dominante, secondo l’indicazione dalla Conferenza metodista dell’agosto 1976.

    E’ sembrato all’assemblea che l’obiettivo dell’attuale politica della Chiesa romana sia la costruzione di una mediazione interclassista aggiornata rispetto al mutato peso degli interlocutori sociali.

    Questa intenzione ha, grosso modo, sempre caratterizzato il ruolo storico della Chiesa, dal primo accordo con l’imperoo romano di Costantino fino al riconoscimento, sia pure tardivo, del regime borghese nel secolo scorso.

    Verso la fine dell’800, la nascita e la crescita del movimento operaio posero la Chiesa do fronte al problema di integrarlo, in posizione subordinata, all’impiegato borghese ormai riconosciuto e ‘consacrato’.

    La Chiesa si caratterizzò come l’ineliminalibe e l’esclusivo strumento, e, dalla borghesia così rinforzata nel suo dominio sociale, ottenne in cambio il riconoscimento, prima negato (l’anticlericalismo illuministico e, in Italia, risorgimentale), delle sue posizioni di privilegio e di potere nei vari aspetti. L’eciclica De rerum novarum do Leone XIII del 1891 fu l’espressione ideologica più organica e significativa di questa tematica.

    Nel nostro paese si può dire che il periodo degasperiano abbia costituito il momento di più completa realizzazione di questo blocco clerical-borghese. Ma la crescente avanzata del movimento operaio e il sostanziale fallimento della costruzione di un movimento operaio cattolico egemone (progetto di cui le ACLI per esempio costituiscono l’abortito tentativo di realizzazione) hanno costretto gli elementi più avvertiti della Chiesa di Roma ad elaborare un tipo di compromesso in cui il movimento operaio si ponga come interlocutore privilegiato in funzione di stabilizzazione del regime borghese in crisi.

    In questo disegno il proletariato vorrebbe ad assumere, a differenza che alla fine dell’800, apparentemente una importanza politica preminente, mentre in realtà non farebbe altro che garantire la ristrutturazione razionalizzata dell’ordine borghese che rimane in sostanza l’asse della politica della Chiesa.

    Questo nuovo compromesso fonda un ruolo determinante della Chiesa nella sua funzione tradizionale di controllo ideologico di larghi strati sociali mediante il perpetuarsi di certi atteggiamenti e comportamenti (‘cultura cattolica’) sia pure storicamente differenziati.
    Nel quadro di questo nuovo tentativo di compromesso l’assemblea si è domandata quale funzione svolgano il S.A.E.

    (Segretario per l’Attività Ecumenica), le comunità di base, e il movimento dei cristiani per il socialismo, e quale sia il compito delle comunità evangeliche di fronte al ruolo dell’ideologia cattolica che ancora una volta si presenta come organica al nuovo assetto sociale.

    1. S.A.E.
      L’assemblea si è chiesta innanzi tutto quale rapporto sussita tra il SAE e il Segretariato per l’Unita dei Cristiani, ed ha ravvisato una marcata affinità di orientamenti e di intenti fra i due organismi.
      Il tipo di ecumenismo proposto dal SAE si risolve di fatto in un incontro a livello interpersonale, una ‘fraternità’ che si pone al di sopra di ogni processo reale, un ‘consenso’ su ciò che unisce piuttosto che una analisi delle motivazioni che sono alla base delle divisioni profonde esistenti.
      In conseguenza l’assemblea ha ritenuto che questo tipo di ecumenismo si muova nella linea dell’ennesimo tentativo da parte della ‘cultura cattolica’ dominante di riproporsi come mediatrice nei confronti dello scontro di classe.

    2. Comunità di Base
      Per quanto riguarda le comunità di base l’assemblea ha manifestato più di una riserva. A suo avviso,
      - la cosiddetta ‘riscoperta evangelica’ cattolica presenta un tentativo di riforma prevalentemente ecclesiale, al cui interno però non viene abbandonata la visione cattolica dell’autorità gerarchica e della mediazione, momenti questi esemplificabili nel perpetuarsi della necessità del ‘sacerdote’ (anche se ‘spretato’, o colpito da sanzioni canoniche ecc.) per l’esercizio delle funzioni sacramentali;
      - la Bibbia viene spesso usata come strumento di giustificazione delle proprie scelte, e viene spesso ritenuto non ‘interessante’ un approfondimento teologico;
      - l’impiego politico a sinistra di talune fra queste comunità non deve far dimenticare quanto sia problematica la costruzione di una società nuova quando la militanzaveda al suo interno uomini non pienamente liberati da condizionamenti individualistici ed autoritari , che tendono a riproporre ad ogni livello il processo di mediazione contro cui le nostre chiese sono impegnate a lottare, e non perfettamente consci della importanza e della complessità del momento economico sociale nell’ambito di una trasformazione, la quale vienevista esclusivamente sotto l’aspetto volontaristico.

    3. Cristiani per il Socialismo
      Per quanto riguarda la valutazione dei CpS l’assemblea ha ritenuto di dover allargare il discorso. Come ipotesi di lavoro ha assunto la spallata che il ’68 ha dato alla impalcatura culturale ed ecclesiologia italiana, cattolica e protestante.
      Di fronte all’impegno che il processo di liberazione dei ‘minimi’ dallo sfruttamento chiede alla predicazione, aiutati dallo stimolo di nuove costruzioni teologiche fortemente legate ai profondi mutamenti del reale, incalzati anche dalla visione di un’area del mondo cattolico in movimento rispetto ad un mondo da lungo tempo acquisite, è maturato un processo di ermeneutica (ri-lettura) biblica che negli ultimi anni sostenuto un sempre crescente ruolo di ‘liberazione’ da schematismi preconcetti.
      La crescita del politico all’interno di ogni ‘sistema chiuso’ e la esplosione della tensione tra fede e politica hanno creato un movimento nella chiesa cattolica con tendenza fortemente politica. L’analisi che si impone, sempre nel quadro del progetto di lotta contro la cultura cattolica dominante, deve tendere ad individuare il nesso tra momento ‘rivoluzionario’ e permanenza in esso di valori cattolici.
      L’accentuazione fortemente politica – a sinistra – del movimento C.p.S. ripropone alcune contraddizioni – o almeno alcune incongruenze – del rapporto tra fede e politica che va configurato anche come rapporto fra ideologia e processi storici. La preponderanza del ‘politico’ sull’ ‘ideologico’ sembra far temere, a tutt’oggi, una carente analisi delle motivazioni ‘cattoliche’ di cui s’è parlato (autorità mediazione ecc.). Anche qui dunque ci si dee porre la questione: fin a che punto il movimento dei C.p.S. è organico al progetto di vita che vuole combattere?

    L’assemblea ha ritenuto che per rispondere a tale domanda e per superare eventuali contradizzioni sia indispensabile oggi ‘fare teologia’, e che quindi sia necessario un impegno costante da parte delle nostre comunità nell’approfondimento del confronto teologico, dato anche esse sono oggettivamente il solo luogo ‘storico’ in cui si è sviluppata teologicamente la contrapposizione alla cultura egemone.

    Deve pertanto essere analizzato con rigore coerente il problema della visione ‘religiosa’ di Dio, visione che sta a monte di ogni ‘progetto cattolico’. Tale visione ‘religiosa’, quindi ‘culturale’ deve essere combattuta fino in fondo servendosi di ogni mezzo di analisi critica della Bibbia pena il permanere ogni livello dell’autoritarismo e della mediazione.

    Questo confronto ideologico sembra oggi prendere piede in una certa area del movimento sei CpS e delle comunità di Base. Le chiese Evangeliche possono assolvere il compito di contribuire e fare esplodere le contraddizioni ivi sussistenti.

    E’ dunque importante il ruolo delle stesse come possibile aggregazione e riferimento anche nei confronti dei ‘non credenti’. In questo quadro si scorge una possibilità di autentico dialogo ecumenico nella prospettiva della liberazione di larghi strati del popolo italiano da ogni condizionamento, specialmente religioso.

    lunedì 4 agosto 2008

    CAMPO BIBLICO ECUMENE 1979


    Nel quadro della iniziativa di fornire spunti di riflessione
    su problemi di attualità, Ecumene mette a disposizione questo suo quaderno N° 2, che contiene :

    • il “documento” elaborato a conclusione del Campo: esso riassume gli orientamenti emersi nel corso del dibattito e intorno ai quali c’è stato un consenso unanime; la relazione volta da Alfonso Manocchio, e in seguito dallo stesso ampliata, sui vari metodi di analisi della religione popolare.

    • Durante il Campo ci sono state due comunicazioni su momenti specifici del fatto in esame: una di Domenico Cappella, un’altra di Gian Maria Grimaldi.
    Domenico Cappella ha presentato lo studio di Henry Mottu contenuto nel libro edito della Claudiana:

    H. Mottu – M. Castiglione, Religione popolare in un’ottica protestante (con interessante introduzione di Ermanno Genre cui anche ci si è riferiti).

    Domenico Cappella ha dunque illustrato il proposito del Mottu di ritrovare l’aspetto concreto, pratico e militante della critica di Dietrich Bonhoeffer alla religione. Questa, riscoperta, ad avviso del Mottu, si rende necessaria in quanto “noi pastori siamo stati fortemente influenzati” da una concezione idealistica ed elitistica di una critica teologica della religione, quale si è creduto risultasse dai testidi C. Barth e D. Bonhoeffer.

    Per raggiungere questo obbiettivo il Mottu si serve dell’analisi gramsciana della religione. Egli passa quindi in rassegna le varie caratteristiche della religione popolare secondo Gramsci (materialismo, antintellettualismo, senso comune, carattere motivo, ed affettivo) per sostenere alla fine che nel pensiero e nell’azione di Bonhoeffer si può recuperare un “nucleo sano” della religione popolare.

    Gianmaria Grimaldi si è soffermato a sua volta, sul problema dell’ identità tra religione popolare e religione ufficiale. Comunemente si sostiene che fra le due ci sia una diffirenza. Ma tale differenza, secondo Grimaldi, esiste soltanto sulla base della quantità dei seguaci dell’ una o dell’altra: è ufficiale quella che ha molti seguaci, popolare l’altra. Si può parlare, allora, di “religione e basta”. Questa si presenta come fatto ideologico che, in sostanza, serve per formare e conservare un consenso: e cioè la religione è funzionale al potere. Pienamente rispettoso della varietà delle onvinzioni e delle posizioni individuali e di gruppo, questo Quaderno, nella sua “umiltà” e nei suoi numerosi limiti, si propone semplicemente di stimolare un ulteriore approccio al fatto della religione popolare, e di dare delle indicazioni per uno sviluppo dell’analisi.




    Sergio Aquilante



    CAMPO BIBLICO ECUMENE 27-31 AGOSTO 1979

    L’assemblea di pastori e laici metodisti e valdesi riunitasi a Ecumene dal 27 al 31 agosto 1979, continuando una riflessione sul tema della predicazione nel nostro tempo, ha affrontato il problema della “religiosità popolare”.
    Questa ricerca è suggerita in primo luogo dalla determinazione de approfondire quella che, in recedenti campi è stata chiamata “cultura catolica” e in secondo luogo dalla constatazione che nell’attuale situazione di crisi vi è un diffuso fenomeno di ricerca di illusorie certezze in nuovi culti, in momenti spiritualistiche e in mediazioni magico-sacrali. Contemporaneamente si assiste ad un risveglio di interesse in ambienti sia ecclesiastici sia laici per quello che viene chiamato “ethos popolare” cioè “vissuto del popolo” di cui la “religione popolare” è parte. L’ assemblea ha preso in esame varie chiavi di lettura del fenomeno; a grandi linee possono essere condensate in tre correnti interpretative:


    1. la prima ritiene che il luogo privilegiato di origine della “religiosità popolare” siano le classi subalterne ed emarginate. Esse forniscono in maniera autonoma il meccanismo mitico-religioso che agisce come “rimedio e orizzonte” o “risarcimento psichico” per fronteggiare la “crisi di presenza”, l’angoscia e l’alienazione dell’ uomo.
      Questa corrente coglie nel fenomeno forme di difesa da monopolio della ideologia egemone, ma d’altra parte ne evidenzia la potenzialità reazionaria che può essere utilizzata per la conservazione del potere.Conseguentemente la “religione popolare” è considerata come qualcosa di distinto da quella ufficiale.


    2. La seconda, cattolica, rifiuta l’identificazione della “religione popolare” come produzione utonoma di classi sociali subalterne. Essa pur manifestandosi talvolta in forme eterodosse tollerate o anche non accettate dalla gerarchia, è parte integrante di una “unica” religione.


    3. La terza servendosi di metodi di indagine che appartengono al campo dello studio della storia delle religioni, della etnologia, dello strutturalismo, della logica, giunge alla totale conclusione di una coerenza della cosiddetta “religiosità popolare” con una più generale ideologica.

    Questa ideologia si esplica appunto anche per mezzo della religione, i tutti i suoi aspetti, religione che è strumento di formazione e perpetuamento di un consenso che renda la gestione del potere immune da “terrore”, gestione cioè “democratica” che non ha bisogno di strumenti di controllo cruenti e costituzionalmente repressivi.

    L’assemblea pur non nascondendosi la concretezza di determinati fenomeni di “religiosità popolare” che impone un’ attenzione puntuale per non scivolare nell’astratto, ha ritenuto di dover accettare l’ipotesi espressa dalla constatazione della univocità fra “popolare” e “ufficiale”. Rifiuta pertanto la proposta di una rivalutazione della “religione popolare” come strumento di difesa e di protesta.

    Nella particolare situazione italiana, pur senza indulgere in autoglorificazioni, deve essere chiaramente detto che il protestantesimo ha agito nei confronti di una religiosità arcaica come elemento disgregante di “valori” alienanti.

    Quando chiese sorte dal basso professanti il sacerdozio universale dei credenti si sono inserite in una “realtà popolare” hanno svolto una funzione di educazione anche culturale che ha permesso di smascherare le idolatrie mettendo in luce che la libertà si ottiene soltanto nel rifiuto di ogni forma di mediazione fra “sacro” e “profano” che non sia la predicazione della croce di Cristo.
    Quando perciò elementi di punta dei cristiani per il socialismo e delle comunità di base affermano di dover promuovere una “riappropiazione” degli elementi locali della “religiosità popolare” deve essere con forza riaffermato che la loro è una posizione illusoria, pur nella solidarietà nei confronti della loro ricerca di autenticità evangelica.

    Indicazioni pratiche di “predicazioni” coerenti con quanto sopra espresso sembrano essere:


    1. la ricerca di un linguaggio che permetta la presentazione della libertà in Cristo non passibile di riappropriazione in chiave spiritualistica e conservatrice;

    2. la costruzione di modelli culturali; forme cioè di comportamento, i cui punti di riferimento ideologici permettano al soggetto di identificare ciò che è emanazione del potere e di partecipare in modo conseguente alla lotta per l’abbattimento di esso.

    BREVI CENNI SUI VARI METODI DI ANALISI DELLA RELIGIONE POPOLARE

    La visitazione si ferma l fenomeno della religione popolare e lascia la vasta e più generale problematica sul rapporto tra religione e società, secondo gi studi e le ipotesi di Feuerbach, Mark-Engels, Weber e Troeltsch.

    Da questa passerella emergeranno le varie posizioni sulla valenza del fenomeno sia in rapporto alla religione ufficiale sia in rapporto alla società.

    Nella ricerca sul fenomeno, come vedremo, esiste la possibilità di interessi interdisciplinari, quali storici, etnologici, psicologici, sociologici, politici ecc..

    Partiamo da una prima difficoltà, che è stata affrontata particolarmente dalla scuola francese: la definizione del termine “popolare”.


    1. Van Gennep (1924), ha studiato in modo particolare il folklore e ha cercato di individuare il luogo privilegiato o l’ambito di origine del “popolare”. Secondo questo autorel’ humus è quello agro-pastorale sia in quanto creatività si per l’ appropriazione di modelli culturali prodotti dalle classi egemoni. In sostanza egli pone l’equazione tra popolare e rurale.

    2. Un altro folklorista, di formazione modernista, E. Saintyves (1936) mette in rilievo l’opposizione tra due cultura: quella dotta degli intellettuali di diversa provenienza e quella elementare basata sui rudimenti sia religiosi che culturali .Secondo questa posizione il “popolare” non è limitato al mondo contadino, ma si estende agli operai e persino ai borghesi senza cultura.

    3. Una terza linea d ricerca è quella seguita da C. Varagnac (1948) che collega popolare e tradizione. In questo modo il campo si allarga ed investe modi di vita anteriori, risalenti alla protostoria dell’ Europa in opposizione alla cultura della civiltà industriale. La demarcazione tra popolare e non si ispira al concetto di elaborazione e non, tematizzato e non.

    4. M. Meslin (1971), anch’ egli francese, a differenza degli altri studia da vicino e particolarmente la religione popolare. Il fenomeno da questo autore viene definito da tre dimensioni: antintellettualistico, affettivo e pragmatico. Questa definizione di “popolare” ha il pregio di riassumere le precedenti definizioni e di permettere un indagine più estesa. Per alcuni aspetti la posizione di Meslin si ricollega a Feuerbach, nel senso che ammette che la religione popolare tende ad umanizzare Dio (la teologia diventa antropologica9 per “sentirlo più vicino e captare la potenza mediante tecniche delle quali l’uomo è inventore”.


    Analizzando questo aspetto il Meslin nota che la religione popolare è incoerente dal punto di vista della cultura egemone, ma il magismo religioso è funzionale all’interno della cultura che lo produce. Per questa strada popolare vuol dire anche subalterna, che in determinate circostanze storiche può assumere connotazioni di protesta e di contestazione. Giustamente però l’autore fa osservare che si tratta di una protesta ce si situa “a livello religioso, nell’ impossibilità di raggiungere le realtà politiche”.



    METODOLOGIE POSITIVE – ERUDITE


    Il periodo fra le due guerre ha visto rifiorire gli studi sul folklore in Italia con interessi però ristretti al canto, alla lingua e agli usi e costumi. Tali interessi erano caratterizzati dalla preoccupazione di “sollecitare” il locale con finalità di acquisizione di consenso e di evazione dalla stretta economica.

    La religione popolare era chiaramente a fuori prospettiva. In questo periodo l’ autore di un certo interesse è R. Battaglia.
    Egli (1932) sostiene la tesi che la religione popolare è il frutto di una particolare tendenza della mentalità subalterna o popolare a trattenere residui di antiche tradizioni religiose. Una caratteristica di questa struttura mentale sarebbe la sua biologica refrattarietà al mutamento.
    Sulla scia di questa tesi –tralasciando gli approcci letterali quali quelli di D’ Annunzio (Trionfo della morte), di Carlo Levi (Cristo si è fermato ad Eboli) e di Ignazio Silone (Fontamara) – nel dopoguerra riprendono vigore studi di folkolristi, stimolati dalle scienze demologiche.


    1. Paolo Toschi in un volumetto intitolato “ Il folklore” del 1960 traccia le sue linee di ricerca, che vengono precisate nella “ Guida allo studio delle tradizioni popolari” del 1962. Egli sostiene che il “folklore è uguale a tradizione” , che viene così definita: la “tradizione popolare (è) la manifestazine di una forza spirituale delle collettività umane, la quale crea, conserva e tramanda quelle forme di vita pratica, etica, estetica che sono a loro congeniali, mentre rinnova ed elimina via via quelle che sono morte o superate… La tradizione popolare rispecchia il genio della stirpe, rivela i tratti caratteristici delle varie genti, rappresenta la storia minore delle nazioni”. C’è in questa posizione un misto di romanticismo e di positivismo. In riferimento al nostro tema il Toschi dice che la religione popolare sorge dal fondo magico che opera ancora con tanta forza nell’ “animo del popolino”.

    2. G. Bronzini si colloca nella linea di Toschi e tuttavia osserva più da vicino il folklore come fenomeno culturale delle classi subalterne, nel quale sopravvivono aspetti arcaicizzanti, vivi e funzionali. Nel suo libro “Lineamenti di storia e analisi della cultura tradizionale” (1974) afferma che il folklore, di cui la religiosità popolare fa parte, va studiato seriamente in quanto esistente e persistente per la continua elaborazione degli strati popolari. E’ d’ obbligo quindi avere una particolare sensibilità di fronte ad un fenomeno che si inserisce nella dinamica culturale della società.

    3. A. Scarpa in “Divagazioni ennoiatriche su cuonsuetudini del folklore religioso calabrese” (rivista di etnografia del 1971) si pone in una prospettiva medicoscientifica di fronte ad alcune feste devozionali del Mezzogiorno. Analizza i comportamenti degli ammalati e dei fedeli nei pellegrinaggi ai santuari e cerca di stabilire nei “fatori carenziali” (carenza di vitamine, di calcio, di sale) le cause che stanno alla base di manifestazioni di neurosi, psicosi e schizofrenie.
      Queste malattie –osserva l’autore- sono tutte da rimandare ad un comune squilibri biochimico dell’ organismo e pertanto possono provare la loro soluzione nell’emotività, nelle convulsioni, negli irrigidimenti ecc.. In occasione di pellegrinaggi, le quali agiscono come shock terapeutico.

    GRAMSCI E LE RICERCHE A LUI
    ISPIRATE


    • Una svolta importante negli studi e nelle ricerche sull’ argomento è segnata da pochi appunti di Gramsci lasciatici nei “Quaderni” . La sua è una teorizzazione di politico. Egli dice: “Finora il folklore è stato studiato prevalentemente come elemento “pittoresco”…
      Occorrerebbe studiarlo invece come “concezione del mondo e della vita” di determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della società, in contrapposizione … con le concezioni del mondo “ufficiali (o in senso largo delle parti colte delle società…) che si sono succedute nello sviluppo storico”. Applicando questa concezione alla chiesa cattolica spiega la religione popolare come risultato di due azioni: una discendente “politica” o pedagogica da parte “della religione ufficiale” quella degli intellettuali per impedire che "ufficialmente” si formino due religioni, e una ascendente di reazione da parte delle “anime semplici”. Per Gramsci quell’ “ufficialmente” riferito alle due religioni ha la sua importanza, perché gli permette di distinguere vari cattolicesimi, quello dei contadini, dei piccoli borghesi e operai della città, un cattolicesimo delle donne e un cattolicesimo degli intellettuali variegato anche esso”. Per Gramsci quindi è possibile riscontrare un diverso sentire religioso in corrispondenza della stratificazione sociale.
      Questa varietà è tuttavia funzionale all’ unità e alla formazione di quel “senso comune”, nel quale secondo Gramsci, “confluiscono forme di precedenti religioni, movimenti ereticali, superstizioni scientifiche legate alle religioni passate ecc..”
      In questo senso comune che pertanto è sincretistico “predominano – aggiunge Gramsci- gli elementi “realistici”, “materialistici”, cioè il prodotto immediato della sensazione grezza, ciò che d’altronde non è in contraddizione con l’elemento religioso sono “superstiziosi”, acritici”. In breve la posizione di Gramsci rivela tre caratteristiche della religione popolare: subalterna, atematica, strumentale.

    • Nell’ immediato dopo guerra E. De Martino, riprendendo gli spunti di Gramsci affetta continue ricerche sul campo fino alla sua morte avvenuta nel 1965. Le ricerche, come etnologo e politico, avvengono nel Sud (Puglie e Lucania) dove è federale del PSI e in Sardegna.
      Egli parte dal “mondo magico” che riconosce come struttura formata dalla “coinonia” dell’io e della natura. A questo livello si erano fermate gli studi e le ricerche di naturalistici quali Frazer, Malinowski, Levy Bruhl, ecc.. Scarta la concezione del mondo magico come “paradiso perduto2 propria di Edgar Dacquè e di tutta una corrente cattolica, che vede nel recupero dall’ arcaico e dell’ agro- pastorale un ritorno ad un mondo “innocente”.
      De Martino punta – in disccordo con la corrente naturalistica dell’etnologia sul “potere magico”, in quanto produce reale e in quanto riguarda persone e non cose soltanto.
      Studiando più da vicino quest’aspetto egli individua un meccanismo che definisce “mediazione”. Esso è apprestato dalla società delle classi subalterne e funziona come “destorificazione mitico-rituale protetta”.
      Si tratta cioè di meccanismo mitico-religioso risolutore della crisi di presenza, dell’angoscia e dell’alienazione dell’uomo deprivato di sufficiente autonomia e di capacità di fronteggiamneto dell’esistenza. Tecnicamente e brevemente. Si rende possibile attraverso il meccanismo della mediazione mitico-religiosa il riconvertirsi dell’economico nell’ethos.
      Per De Martino vi sono due radici del comportamento magico-relgioso delle classi subalterne: una economica, riscontrabilenella precaria condizione di vita segnata dallo strumento e dalla povertà; l’altra psicologica definita come crisi di presenza, cioè difficoltà o impossibilità di protezione di fronte ad eventi negativi individuali (malattia, morte, ecc…) e collettive (epidemie, grandine, carestia ecc..).
      A queste due serie di negatività la magia è chiamata a dare “rimedio e orizzonte”. Per De Martino la religione popolare – vista dal punto di vista del cambiamento-è negativa poiché, oltre ad non essere tematizzabile per la “coscienza storica”, “rappresenta un immenso potenziale utilizzato in senso apertamente reazionario dalle classi dominanti al fine di mantenere la loro egemonia minacciata”.
      Seguendo lo schema gramsciano De Martino rileva l’importanza dell’ “analisi
      storica del sincretismo pagano - cattolico per la comprensione della storia civile, sociale e culturale del Mezzogiorno” e per provvedere a porre le basi “per le trasformazioni sociali, per lo sviluppo della coscienza sindacale e politica, per il molteplicarsi di pubblici servizi e delle varie forme di esistenza…in una parola per il progressivo della civiltà moderna” attraverso cui “passa la liquidazione delle sopravvivenze magiche”.

    • Seguendo il solco tracciato da De Martino alcuni studiosi(Gallini, Rossi e Lanterani) si sono prefissi di rintracciare in riti ttuali inseriti o meno in feste religiose (tarantismo, Argismo festa di S. Giovanni Battista ecc.) residui pagani.
      Per questa strada –specialmente Lanternari – colgono, precisando la tesi gramsciana, nella religione popolare non soltanto una contrapposizione atematica alla coltura egemonica, m addirittura una connotazione politica consapevole. Altri come il Prandi e il Nesti, attraverso inchieste condotte in varie regioni italiane e ricerche intorno a modelli religiosi espressi in 56 testate devozionali, concludono che la religione popolare è quella delle “classi subalterne della società italiana e in particolar modo delle classi di lavoratori salariati”.
      In questo quadro merita una particolare menzione Alfonso Di Nola, che antenendosi nel senso di una retta metodologia marxista e avvalendosi degli stimoli offertogli dal suo maestro R. Pettazzoni, con un’ ampia ricerca sul campo e con una rigorosa ricostruzione storico-religosa, è riuscito a far risaltare chiaramente l’elemento subalterno nei culti popolari di S. Domenico, di S. Antonio Abate (benedizione di animalidomestici, distribuzione gratis di cibi, banchetti), e di S. Zopito (bue aratore in ginocchio davanti al santo).

    • Più a lungo nel suo libro “Gli aspetti magico-religiosi di una cultur subalterna italiana” (1976) si ferma sulla festa di S. Domenico soprattutto perché essa interessa un’area più vasta che va dalla Marsina ad alcune zone del Lazio e dell’ Umbria. La festa che si svolge il primo giovedì di maggio di ogni anno, con particolare vivacità a Cucullo vicino Sulmona, celebra l’azione protettiva del santo, non soltanto in senso antiofidico, ma anche antirabbico, antitempestario e contro il mal di denti. L’autore molto giustamente mette in rilievo l’appropriazione dell’ideologia del serpente da parte della cultura egemone rivestendola della simbologia del peccato e del serpente-satana. E tuttavia nota nella conclusione che “la persistenza di rituali… per la intensità e vivacità delle manifestazioni collettive, può essere almeno in parte interpretata come una resistenza delle culture locali subalterne ai modelli egemonici unificanti: l’ elemento magio – protettivo, largamente presente nelle tre feste, non è riducibile totalmente alla dottrina cattolica dei santi.
      In calce a questi cenni è giusto riferire qualcosa della scuola Pettazzoni. Il riferimento peculiare riguarda la religione pagana, di cui si mette in evidenza la sua caratteristica essenziale di essere “religione di salvezza e di sacrificio, anche se il bene da salvare è un bene di questo mondo. Questo carattere essenziale alla religione pagana rispetto alla religione cristiana è immanente” (nota 108 pag. 141 di C. Prandi: religione e classi subalterne – 1977). Questa valenza veniva colta già da Gramsci quando parlava di “elementi realistici e materialistici” residuati di religioni precedenti e predominanti nell’ attuale cultura popolare.

    • Sul versante della strumentalizzazione del mondo magico- religioso a fini reazionari incontriamo il sociologo F. Alberoni, che in un libro del 1968 così delinea il suo pensiero, frutto di ricerche (Statunascenti – Studi sui processi collettivi). La chiesa cattolico – romana ha avuto più paura degli scismi e delle eresie che della magia e delle superstizione. D’altra parte la magia è l’ orizzonte mitico – rituale di protezione di fronte all’essere agito da (azione discendente di Gramsci). La chiesa non ha combattuto a fondo la magia meridionale, proprio in quanto la considera come una valvola di sfogo delle tensioni originate dalla situazione di miseria e di sottosviluppo. In questo modo la crisi di presenza collettiva non poteva tematizzarsi né assurgere a livello politico – razionale. L’ Alberon conclude: “La stratificazione magico – religiosa…(è) il frutto di una difesa contro il monopolio chiesiastica attraverso cui la burocrazia romana si impone proprio rinunziando di fatto al suo monopolio totale per conservare il suo reale potere” . Lo schema gramsciano è chiaramente presente.

    • Un gruppo di studiosi (Ferrarotti, De Lutiis, Maciotici e Catucci) con una vasta ricerca sul campo ha analizzato la religiosità non ufficiale in Italia (visionari, guaritori o carismatici, gruppi pentecostali ecc.) Il volume “Studi sulla produzione sociale del sacro” del dicembre 1978, dopo la presentazione della ricerca divisa per settori, porta la conclusione firmata da Ferrarotti, nella quale egli avanza una sua chiave di lettura.
      “L’ipotesi – egli dice - che il grado in senso tecnico-scientifico di una data società dovesse porsi in proporzione inversa con l’ idea e la pratica dell’esperienza mistica o sacrale nei suoi variegati aspetti e nelle sue innumerevoli forme appare oggi largamente insussistente” (pag. 467). Per cui viene prospettata una ulteriore ricerca per vedere se pratiche e riti religiosi e para - religiosi che si vanno diffondendo sono forme di sopravvivenza culturale di residui di superstizioni o al contrario “espressioni di un bisogno di salvezza e di giustificazione proprio nella società tecnicamente più progredita, come gli Stati Uniti e i paesi europei” (pag. 467). “A mio giudizio – continua Ferrarotti – sono da verificare i legami propriamente sociali e strutturali (fenomeni neo- mistici e para- religiosi) che li caratterizzano e che assegnano ad essi una funzione di “risarcimento psichico”… soprattutto per quelle classi e per quei gruppi sociali che lo sviluppo industriale, specialmente nelle sue punte più avanzate, sembra ormai condannare, se non all’estinzione, certo alla marginalità e all’ irrilevanza come entità sociali autonomr” (pag.647). Si rileva infine la funzione mistificatrice assegnata a certi “risvegli” di tipo religioso e para- religioso.
      “Si tratta –conclude- di un’ operazione che si presenta come la risposta ad un bisogno di rinnovamento religioso, mentre in realtà impedisce, bloccandone la chira determinazione, la necessaria assunzione di razionali decisioni e di scelte politiche”.

    ATTEGGIAMENTO CATTOLICO

    1. Infine vediamo qualche posizione cattolica. Cito due libri recenti. Il primo intervento è dello storico G. De Rosa (Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno -1978), il quale sostiene che “la religione popolare non è una categoria a sé, un’ altra religione , con connotati chiaramente e nettamente autonimi, ma è la stessa religione “ufficiale”, vissuta secondo gli umori, le convenienze, gli interessi, le abitudini, le resistenze mentali dell’ ambiente storico locale… La religione popolare è la storia del rapporto tra questa e la religione officiale…” (pag. 7). Con questa definizione De Rosa valuta non negativamente l’ aspetto magico- religioso, poiché esso “va visto in relazione ai tempi e luoghi caratterizzati da strutture arcaiche, dove l’ uomo è impotente a far fronteggiare le morti improvvise, le epidemie, le disgrazie naturali… La medicina e l’ igiene riduranno la richiesta del miracolo e anche l’ uso taumaturgico dei sacramenti e degli oggetti di culto” (pag. 16). Difatti egli aggiunge “…alla crisi del magismo si è arrivati attraverso un’ altra via, che non quella padagogica e missionaria, proposta dall’ alto” (pag. 17) si spieghi secondo una strategia classista… La religione popolare non si misura sulla base di una generica gerarchia sociale”(pag. 11).

    2. Infine un rapido accenno ad una posizione “romantica” cattolica, secondo la quale bisogna conservare il “popolare” della religione “in nome della genuinità e dell’ umano, affinché la religione ufficiale sia meno fredda”.
      “La religione popolare – afferma il teologo Tullo Goffi (Ethos popolare -1979)- è la proclamazione gioiosa di aver sconfitto e redento la sofferenza, è una sublimazione delle tensioni umane, è un’ enunciazione sociale delle proprie speranze…”. Che dietro questa posizione ci sia la nostalgia del mondo bucolico alla maniera dell’ economista e sociologo Toniolo e delle corrente che ne è seguita, è evidente fin dal frontespizio del libro. “Mi sono affacciato –egli dice- alla vita in un contesto popolare ed agricolo…Da esso mi hanno lentamente sradicato la permanenza in città, l’ educazione ecclesiastica e l’ abituale riflessione teologica; mi hanno immerso in un’ atmosfera socio- culturale dotta del tutto diversa”. Tutta l’ operazione vive di questa volontà di recupero dell’ ethos popolare cristiano, il quale “deve essere esaminato se e in qual modo sia, non solo un vissuto umano della gente, una sua autentica interpretazione nel presente storico.” (17)
      Vorrei ora tentare un riassunto delle varie posizioni riconducendole a tre correnti di pensiero - entro le quali poter inquadrare altri studiosi di cui non mi sono occupato in questa carrellata.

    MARXISMO

    Si ispira allo schema marxiano-engelsiano della struttura e sovrastruttura. Individua nella religione popolare la religione delle classi subalterne. Per questo motivo non può essere un prodotto della struttura. In quanto tale essa non può non avere una notazione contestatrice, anche se non tematica. Questa posizione viene completata dallo schema gramsciano, che introduce nella religione popolare l’ elemento “ambiguità”. In questo senso: la religione popolare non essendo tematizzata è facilmente vittima della tematizzazione (azione discendente).
    Non è raro il caso di studiosi (marxisti e cattolici) i quali estremizzano lo schema marxiano –engelsiano fino al punto di vedere nella religione popolare del Sud America l’ humus di crescita della teologia della liberazione.

    POSITIVISMO-RAZIONALISMO-IDEALISMO

    La religione popolare costituisce un residuo arcaico o fa parte ancora del mondo magico o di una struttura mentale pre-razionale. Essa scomparirà mano a mano che il progresso o la civiltà moderna prevarranno. Un mondo non ordinato, irriflessivo e atematico, che dovrà essere condotto nell’ alveo della storia e del progresso civile.

    CATTOLICESIMO

    In questo ambito di pensiero la religione popolare non è diversa da quella ufficiale, perciò essa va studiata e valutata in rapporto a quest’ ultima. Per tanto non può essere considerata come un atto negativo, ma come un’ elaborazione viva della religione ufficiale. Il “particolare” della religione popolare va conservato e anzi difeso, purchè non sia rottura con la religione ufficiale.

    Anzi secondo il teologo protestante sudamericano Alves (Alves –“Religione oppio dei popoli?” e in Autori vari “Religione: oppio o strumento di liberazione?” Idoc - ondadori nel 1972) in una società “disintegrata”la religione dei ceti subalterni è chiamata a svolgere la funzione di dare un voto umano alle esigenze ed alle aspirazioni degli uomini. Il cattolicesimo così completato apre “degli spazi di contestatazione dall’austerità di un padrone unico, accetta la repressione come legge normale della vita”. (C. Prandi “Religione e classi subalterne” -1977).



    CONCLUSIONE

    La riflessione sulla religione popolare pone una problematica generale . Quale ruolo è stato assegnato attraverso i secoli alla religione?Quale rapporto esiste tra religione e società? Tra religione e classi sociali? L’ analisi comporta alcuni rilievi.

    1. Esiste una differenziazione , certamente a livello fenomenologico, tra il “vissuto religioso” delle classi subalterne e la religione ufficiale.
    2. L’ approfondimento dell’ indagine in questa direzione, cioè nel senso di appurare la motivazione della differenziazione , consente di affermare che sempre all’ interno delle classi subalterne la religione popolare gioca un ruolo positivo. Essa attraverso un meccanismo compensativo agisce come difesa e conservazione a fronte sia dell’ ambiente naturale sia sociale (=classi dominanti).
      Viceversa le classi dominanti tendono a rendere la religione popolare omogenea all’ ideologia e a servirsene per mantenere il consenso delle classi subalterne all’ organizzazione e alla stabilizzazione del progetto sociale.
      Occorre non dimenticare, nella valutazione del fenomeno, la “naturale” ambiguità della religione popolare.
    3. Tutti gli studiosi del fenomeno rilevano al riguardo una diversa attitudine presso i cattolici-romani e presso i protestanti. Si mette in risalto il “diverso stile” con cui vengono affrontati i conflitti sociali e come da ciò discende un rapporto diverso tra religione e società, e specialmente tra religione e classi sociali.
      Il protestante, in genere, tende ad eliminare i conflitti sociali attraverso un ordine che scaturisce “dalla rettitudine e dalla razionalità del proprio comportamento”. Il cattolico, servendosi soprattutto della mediazione, tende a superare la stretta esistenziale aggirando gli ostacoli e umanizzando l’ inappellabilità di Dio. Di qui una caratteristica essenziale e differente o una valenza diversa del “vissuto religioso”: magico- religioso presso i cattolici, scarno e razionale preso i protestanti.
    4. L’ ultimo rilievo è molto problematico e va approfondito ulteriormente, se non altro per operare una scelta ponderata nell’ attuale situazione, delle nostre comunità in rapporto al compito dell’ evangelizzazione.
      Non sembra difficile poter concludere che le due differenti posizioni dei cattolici e dei protestanti non escono fuori dal quadro della religione- ideologia a sostegno di un determinato assetto dominato dalle classi egemoni.
      Cosa fare? Quale strada imboccare? Una risposta potrebbe essere questa: rendere “consapevole” nel Cristo l’ umanizzazione di Dio latente nella religione popolare (tesi cattolica). Si tratta cioè di rendere presente e tematizzato il rovesciamento popolare della teologia nell’ antropologia. Una operazione possibile anche in campo protestante a patto di recuperare realmente la cristologia. E’ chiaro che in questo quadro non si pone il rapporto tra fede e religione, in quanto la fede viene sciolta nella religione come ideologia di contestazione, di liberazione, di speranza e di impegno politico (teologia della liberazione, della speranza o politica). In fondo si fa una scelta “partigiana” di Gesù Cristo.
      Credo che si debba concerdere che una scelta del genere è sempre storica.
      Si potrebbe pensare ad un’ altra strada? Forse si povrebbe tentare di recuperare Gesù di Nazareth in quanto esegesi di Dio nella linea della prassi, come negazione di “principi”. Ciò è possibile operando la deideologizzazione di Dio attraverso la lunga marcia di smantellamento dell’ interpretazione ecclesiastica (tentativo dell’ evangelo di Giovanni?). Il processo di rovesciamento della teologia all’ antropologia dovrebbe trovare il suo punto di forza nella ri- lettura della scrittura, testimone della parola del Dio vivente.
      E’ possibile forse dire che al posto della linea di contestazione alla teologia(=ideologia), risolvibile anch’ essa in ideologia, sorga una prassi “rivoluzionaria” che nasce dall’ uomo nuovo per l’ uomo?


      BIBLIOGRAFIA

      F. Alberoni –Statu nascenti- Studi sui progressi collettivi- Liguori, Napoli 1968
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    mercoledì 30 luglio 2008

    Laicità

    Elena Bein Ricco

    Sul tema della laicità si è riacceso il dibattito, che assume più la forma dello scontro che non quella del confronto e spesso finisce nella confusione della Babele dei linguaggi: tutti parlano di laicità, tutti si dicono laici, attribuendo però alla parola laicità significati assai diversi, con un inevitabile strascico di fraintendimenti e di ambiguità. Non basta dunque parlare di laicità, ma occorre precisare a quale tipo di laicità facciamo riferimento. Il concetto di laicità, infatti, non è un’idea fuori del tempo, sempre uguale a se stessa, ma nasce nella storia e nella storia cambia col mutare dei contesti, e rimanda a una molteplicità di modelli.

    La domanda dalla quale intendiamo partire è la seguente: qual è il modello di laicità più adatto per le democrazie complesse del nostro tempo, destinate a diventare, a causa degli inarrestabili flussi migratori, sempre più multiculturali, multietniche e multireligiose? Mi sembra che occorra scommettere su un’idea di laicità ripensata e arricchita rispetto alla concezione liberale classica, che è la forma storicamente originaria della laicità, poiché essa si dimostra, per alcuni aspetti, inadeguata per far fronte alle sfide della nostra contemporaneità.

    Ricordiamo, pur sommariamente, i tratti caratteristici dell’idea liberale della laicità, che nasce contestualmente allo Stato moderno e rappresenta una delle conquiste più alte della modernità, a cui il protestantesimo ha dato un grande contributo. Lo Stato moderno, come afferma Biagio De Giovanni, sorge “come risposta al trauma delle guerre civili di religione” e pone fine alla lunga stagione dei conflitti religiosi attuando la separazione netta tra lo Stato e le chiese, tra la politica e la religione. Lo Stato costruisce il suo spazio autonomo, si autofonda, si autolegittima etsi Deus non daretur, secondo la famosa formula di Grozio, e si emancipa dalla religione, che cessa di essere il fondamento della vita pubblica, e da fattore politico diviene un elemento della coscienza individuale. Per dirla ancora con De Giovanni, “si dovette isolare Dio nello spazio dell’interiorità per far nascere l’Europa moderna”.

    Questa separazione tra lo Stato e le chiese, tra la politica e la religione, trova la sua migliore teorizzazione in John Locke, il filosofo del liberalismo classico e il teorico di quella Gloriosa rivoluzione che con un secolo di anticipo rispetto alla rivoluzione francese ha prodotto in Inghilterra la prima monarchia costituzionale della storia. Locke afferma nella celebre Epistola sulla tolleranza (1689) che lo Stato ha il compito di assicurare la stabilità della convivenza civile e di garantire i diritti inalienabili dei cittadini, mantenendosi neutrale in materia religiosa. Le chiese, dal canto loro, presentano i tratti di un’associazione libera e volontaria (nessuno, per nascita, è membro di una chiesa) e quindi sono delle società private che lo Stato ha il dovere di tutelare in egual modo senza che nessuna goda di particolari privilegi, ma che non possono pretendere di sostituirsi allo Stato o di condizionarne l’azione. Questa distinzione di ambiti e di competenze garantisce, dal lato della religione, la piena autonomia delle scelte di ciascuno, senza che l’autorità pubblica interferisca nelle ragioni di coscienza e, dal lato della politica, preserva lo Stato dall’ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche.

    La teorizzazione di Locke non nasce nel vuoto, ma presuppone l’esperienza storica della prima rivoluzione inglese ad opera dei Puritani e riflette alcune acquisizioni fondamentali della Riforma protestante, quali il primato della coscienza, il sacerdozio universale che laicizza la chiesa scardinandone l’assetto gerarchico e il concetto di Patto che, ricalcato sul paradigma biblico dell’Alleanza di Dio con il suo popolo, diviene, nel protestantesimo riformato, l’atto di fondazione della chiesa e dello Stato. La chiesa è un’associazione volontaria che si costituisce sulla base di un progetto e patto comuni in obbedienza alla Parola di Dio; analogamente, la società politica si costruisce sulla base del libero accordo tra i suoi membri allo scopo di fissare le norme del convivere civile e di stabilire le modalità e i limiti entri cui i loro rappresentanti esercitano il potere a tutela delle libertà di ciascuno.

    Ecco che lo Stato laico sorto nella modernità ha come idea forza quella della netta separazione tra lo Stato e le chiese, tra le leggi civili e i codici religiosi, così che lo Stato non può privilegiare nessuna concezione religiosa o non religiosa, ma deve garantire i diritti dei cittadini, senza interferire nelle scelte personali in materia di fede, di etica e di opzioni ideologiche.

    Questo modello liberale classico della laicità ha l’indubbio merito storico di aver dato centralità al principio della libertà di coscienza, matrice a sua volta di ogni altro diritto, e di aver dato attuazione all’universalismo della cittadinanza, basato sul valore dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, indipendentemente dalle loro appartenenze identitarie e da quali credenze religiose o non religiose essi abbiano.

    E tuttavia tale modello, mentre prospetta la distinzione tra le religioni e lo Stato, traccia anche una linea di separazione tra la sfera pubblica e la sfera privata, compiendo una duplice mossa: sposta le credenze religiose nella sfera privata considerandole un mero affare di coscienza e, parallelamente, compie un atto di neutralizzazione della sfera pubblica, che appare come una scena indistinta e vuota, cieca alle diversità di religione, di cultura, di etica, dato che gli individui vi partecipano in qualità di cittadini e non di appartenenti a particolari gruppi identitari. Lo Stato è neutrale, non interferisce nelle scelte personali, ma tali scelte non sono oggetto di un pubblico dibattito e sono condannate all’irrilevanza politica. La laicità liberale, cancellando dallo spazio pubblico la pluralità delle religioni e delle culture, finisce per sacrificare la ricchezza delle differenze e per vanificare la possibilità di un confronto e di uno scambio interculturale e interreligioso.

    A questo modello si richiama oggi la laicità alla francese, secondo cui lo Stato è tanto più laico quanto più confina le credenze religiose nell’ambito prepolitico dell’esistenza privata, quanto più cioè prospetta una scena pubblica in cui non entrano in gioco le identità etniche, culturali e religiose perché in essa gli unici protagonisti sono gli individui che, come si diceva, partecipano in qualità di cittadini e non di appartenenti a comunità particolari. La legge del 2004 che vieta l’ostentazione dei simboli religiosi nella scuola pubblica sta appunto ad indicare che le scelte religiose di ciascuno debbano essere considerate una faccenda esclusivamente privata, ben separata dalla sfera pubblica. Da notare che qui la neutralità non si limita ad essere neutralità dello spazio pubblico che, giustamente, essendo lo spazio di tutti, non dovrebbe contenere simboli di parte, ma è neutralità dei cittadini che vi entrano. In altri termini, si prescrive non solo che le istituzioni pubbliche siano neutrali così da non favorire o discriminare nessuno, ma si richiede che gli individui-cittadini risultino, per così dire, “denudati”di ogni appartenenza identitaria. E’ interessante fare un paragone con quanto accade negli Stati Uniti in cui l’obbligo della neutralità riguarda esclusivamente le istituzioni e non i singoli cittadini: nelle scuole pubbliche americane non si può esporre il crocifisso perché questo sarebbe giudicato “come una forma di parzialità verso gli studenti di quella confessione”; d’altro canto, “gli studenti sono invece assolutamente liberi di esibire qualunque simbolo della loro fede”, dato che “sono le istituzioni a dover essere ‘cieche’, non i cittadini a nascondere le loro identità” .
    A questo punto sorge l’inevitabile domanda: il modello liberale della laicità è ancora valido nelle attuali democrazie complesse o deve essere ripensato e ridefinito?
    Mi sembra che esso sia messo in crisi da alcuni fenomeni nuovi dello scenario contemporaneo.

    Vi è, innanzitutto, il macrofenomeno della trasformazione delle democrazie in società sempre più multiculturali, multietniche e multireligiose, segnate dalla presenza di gruppi identitari di diversa provenienza e caratterizzati da visioni del mondo e da sistemi di valori spesso in contrasto tra loro. Si tratta di una ricaduta dei processi di globalizzazione: le differenze di cultura e di religione non si associano più con la lontananza geografica, ma si trovano a coabitare nel medesimo spazio, in un incontro/scontro ravvicinato, con tutti gli innegabili problemi che ne conseguono.
    Questo pone un interrogativo storicamente inedito per la democrazia: Come vivere insieme tra diversi? Come si organizza la città plurale in cui coesistono diversi modi di pensare e differenti stili di vita?

    La sfida della laicità ha di fronte a sé un contesto storico mutato, non si gioca solo più in rapporto con il pericolo del confessionalismo dello Stato o solo in riferimento al fatto religioso, ma si gioca in rapporto alla pluralità delle visioni del mondo e al conflitto tra valori. La questione della laicità risulta così strettamente legata alla questione di quale sia il modello migliore entro il quale costruire culturalmente e politicamente la convivenza delle diversità.
    Tale questione è resa più difficile dal fenomeno oggi diffuso del risveglio identitario, ben visibile nella tendenza a chiudersi nelle piccole patrie, in comunità omogenee dove ciascuno incontra solo il simile a sé, per mettersi al riparo dalle proprie paure, rivendicando il valore esclusivo della propria tradizione e delle proprie radici, come si va ripetendo in modo ossessivo.

    Questa voglia di comunità s’intreccia con quell’altro fenomeno tipico del nostro tempo che è il ritorno del religioso, tanto che si parla ormai di società postsecolari. Contrariamente alla previsione secondo cui l’avanzare della modernizzazione avrebbe comportato il declino delle credenze religiose, oggi, per uno di quei paradossi che ogni tanto la storia ci riserva, le religioni sono tornate a occupare la scena del nostro presente, svolgono un ruolo significativo nel determinare i modi del comportamento individuale e collettivo, tendono a uscire dalla sfera privata e vanno alla riconquista della sfera pubblica dove chiedono sempre maggiore visibilità e un crescente peso politico, e spesso assumono la forma dei fondamentalismi e degli integralismi. In questo caso contribuiscono ad accrescere l’irrigidimento identitario, la chiusura in comunità-fortezza secondo una logica di contrapposizione al diverso da sé, visto come una minaccia da cui difendersi. Non è un caso che nel nostro tempo tornino i fantasmi delle guerre di religione e degli scontri di civiltà, che parevano appartenere a un passato lontano.

    La risposta che la laicità liberale dà a questo intreccio tra il révival religioso e la chiusura identitaria ci sembra inadeguata. Se le identità, soprattutto quelle che trovano nei fondamentalismi un fattore di coesione forte, vengono estromesse dalla sfera pubblica e ricacciate nel ripiegamento comunitario, si corre il rischio di irrigidirne le posizioni e di provocare un acutizzarsi dei contrasti multiculturali, mettendo in pericolo la tenuta dell’assetto democratico. Non solo, ma l’esito sarebbe quello di una società assimilazionistica, che obbliga le minoranze interne e le comunità di immigrati a rinunciare alle loro specificità o a coltivarle nel segreto della loro esistenza privata e toglie loro il diritto di partecipare ai processi democratici della discussione pubblica e delle decisioni collettive. Parallelamente, se non vogliamo che le religioni tornino a essere causa di conflitti, occorre che esse non siano relegate nella dimensione privata, ma siano messe a confronto in un dibattito pubblico che ne favorisca la conoscenza reciproca. Come qualcuno ha detto, il problema non si risolve mettendo le religioni sotto il tappeto, ma aprendo un confronto critico con le religioni e tra le religioni. Per rifarci al caso francese, meglio sarebbe se alla studentessa col velo si desse la possibilità di esplicitare le sue motivazioni, perché ciò offrirebbe l’occasione per discutere e ragionare sui simboli, per evitare che scatenino reazioni puramente emotive.

    Un’altra questione con la quale si scontra la laicità liberale viene espressa con grande chiarezza dal politologo Michael Walzer nel momento in cui si chiede se sia ammissibile che in una società democratica le credenze religiose vengano escluse dal dibattito pubblico. La sua risposta è netta: “Non si può pretendere che gli uomini e le donne animati da convinzioni religiose siano lasciati da parte all’entrata dell’agone politico”, in quanto “una società democratica non può indagare intorno al come e al dove si formino le opinioni politiche dei suoi cittadini, e non può censurare le forme dottrinali o retoriche nelle quali tali opinioni vengono espresse”. Come a dire che il ritorno del religioso è un fatto che non può essere illusoriamente negato o messo fittiziamente in parentesi, ma deve essere affrontato e governato politicamente.

    Un’altra sfida con cui la laicità deve oggi misurarsi è quella contenuta nella tesi più volte ribadita dall’attuale Pontefice, secondo cui lo Stato democratico, basato sull’individualismo dei diritti e sulla dittatura del relativismo, non è di per sé in grado di creare solidi legami sociali ed è caratterizzato da “un deficit strutturale di valori che soltanto la religione (o la tradizione religiosa, specificamente cristiana) sarebbe in grado di colmare offrendo al sistema democratico l’ethos di cui ha bisogno.” A sostegno di questa posizione si ricorre alla formula assai citata del costituzionalista tedesco cattolico Ernst-Wolfgang Bockenforde: “Lo Stato liberale, secolarizzato vive di presupposti normativi che non può garantire. E’questo il grande rischio che ha corso per amore della libertà” . Ecco che la Chiesa cattolica si propone come fornitrice di quei presupposti normativi, di quel patrimonio di valori prepolitici senza i quali la società si frantumerebbe, e accredita se stessa come forza capace di consolidare le basi fondative di cui lo Stato democratico ha bisogno per poter sussistere.

    Vi è, infine, un ulteriore motivo di inadeguatezza del paradigma liberale della laicità che traccia una netta linea di confine tra la sfera pubblica e la sfera privata: l’emergere dei grandi temi della bioetica (dalla fecondazione medicalmente assistita all’eutanasia) impone dilemmi e scelte che non sono esclusivamente privati perché comportano una regolamentazione giuridica e legislativa e pertanto acquistano una specifica valenza politica, col risultato di incrinare la rigida separazione tra la dimensione pubblica e quella privata.

    Per tutti questi motivi ci sembra che il modo tradizionale di intendere la laicità vada ripensato e debba essere storicamente aggiornato per renderlo capace di rispondere alle sfide nuove del nostro tempo, mediante un attento esame di ciò che in esso è vivo e di ciò che invece è morto.

    Ciò che deve essere mantenuto ben fermo, come punto di non ritorno, è il suo principio fondamentale, secondo cui la società politica ha il compito di garantire i diritti di tutti senza discriminare né privilegiare nessuno, in quanto lo Stato laico è la casa comune dove tutte le fedi, tutte le credenze religiose e non religiose hanno lo stesso diritto di cittadinanza; al tempo stesso deve essere conservata la distinzione delle diverse funzioni tra lo Stato e le comunità religiose, senza confusione di ambiti e di competenze.

    Ma il modello classico della laicità va corretto là dove relega le convinzioni morali e religiose nella sfera prepolitica della vita privata, a vantaggio di una forma di laicità che prospetti un nuovo modo di intendere lo spazio pubblico, non più vuoto, ma affollato di presenze culturali e religiose di vario tipo, che interagiscono tra loro, si incontrano, si confrontano e anche si scontrano, arricchendo il dibattito della società civile. La laicità cambia di segno: non è più una laicità di esclusione delle identità dalla sfera pubblica, ma diviene in positivo la strategia del confronto pubblico tra le differenze e assume così la forma del pluralismo attivo basato sulla metodologia del confronto interculturale e interreligioso, che ci sembra la risposta idonea alla domanda “quale laicità per le democrazie multiculturali e multireligiose?”, che si intreccia con l’interrogativo cruciale del nostro tempo: come vivere insieme tra diversi?

    Il pluralismo attivo, infatti, evita di cadere in una società assimilazionistica nella cui sfera pubblica compaiono solo cittadini astrattamente uguali, che si lasciano alle spalle le loro identità, le loro credenze e i loro simboli religiosi, come se fossero soggetti senza storia, sganciati da ogni tradizione culturale, e di approdare, all’opposto, ad una forma di cattivo pluralismo, un pluralismo senza confronto di comunità non comunicanti tra loro, sia sotto il versante culturale, sia sotto il profilo politico. Per il primo aspetto, si avrebbe una molteplicità di universi culturali e religiosi chiusi in se stessi, indifferenti gli uni verso gli altri o, peggio, in conflitto gli uni con gli altri. A questo proposito, Amartya Sen, nel bel saggio Identità e violenza ((2006),rivolge una dura critica alla decisione assunta di recente in Gran Bretagna di incoraggiare lo sviluppo di scuole islamiche, induiste, ecc., finanziate dallo Stato in aggiunta alle scuole cristiane, in quanto tale decisione rafforza la logica della separatezza . Una logica che, sotto il profilo politico, comporta il rischio della frantumazione del tessuto civile e del formarsi di una società multicomunitaria, suddivisa in tanti gruppi identitari, che avanzano la richiesta di speciali diritti di gruppo e di politiche pubbliche differenziate in base alle connotazioni etniche, culturali e religiose delle varie comunità presenti all’interno dello Stato, spezzando l’universalismo della cittadinanza. Tale modello di differenzialismo multiculturale rappresenta la risposta alla domanda “come vivere insieme tra diversi?” opposta a quella della società assimilazionistica, ma, ci pare, altrettanto inadeguata. La forma della laicità che abbiamo identificato con il pluralismo attivo, rappresenta l’alternativa alle due risposte, perché scommette sull’idea secondo cui le differenze culturali e religiose possono convivere senza ghettizzarsi e senza confliggere solo se vengono coinvolte in un confronto aperto e costante nella sfera pubblica, per far sì che escano dall’isolamento e possano giungere al loro riconoscimento reciproco. La laicità diviene, in tal modo, per citare l’efficace definizione di Jean Baubérot, “una laicità inclusiva, una regola del gioco del vivere insieme”.

    Esaminiamo ora le caratteristiche che contrassegnano questa nuova forma di laicità e la differenziano dalla laicità liberale.

    Innanzitutto, gli individui cittadini, quando entrano nella sfera pubblica, non sono più costretti a lasciarsi alle spalle le loro convinzioni etico-religiose, ma al contrario devono esplicitarle e motivarle, confrontandole con quelle altrui e sottoponendole al giudizio degli altri. Nello spazio pubblico ciascuno porta le sue appartenenze, le fa dialogare e le mette alla prova, accettando l’altro come interlocutore alla pari. Il confronto laico fa sì che le identità non si chiudano a riccio, non siano più percepite come piccole patrie da difendere, ma come un patrimonio storico-culturale da far interagire con altre visioni, altri modi di interpretare la realtà, con cui vale la pena di misurarsi.

    In secondo luogo, nella nuova forma di laicità, la neutralità dello Stato si arricchisce di nuovi significati rispetto alla laicità liberale. Ora la neutralità non si limita a coincidere con la non ingerenza dello Stato in quello spazio di scelte in materia di religione e di concezioni etico-filosofiche che è riservato all’autonomia di ciascuno, ma diventa una neutralità attiva: lo Stato non rimuove a priori le differenze dalla sfera pubblica, ma assume il pluralismo come valore, anzi diviene il presidio del pluralismo poiché ridà visibilità pubblica e spazio di ascolto alle varie appartenenze e promuove il confronto tra esperienze, fedi, valori diversi. Ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito in libera competizione, impedendo che una prevarichi sulle altre e pretenda di imporre il proprio sistema di valori alla totalità dei cittadini, il che comporterebbe una sorta di colonizzazione dello spazio pubblico il quale, per definizione, è lo spazio che tutti hanno in comune e che nessuno può possedere in proprio.

    In terzo luogo – ed è il punto più importante – il confronto pubblico su cui fa leva questo nuovo tipo di laicità, non si riduce ad un dialogare generico, ma deve sottostare a precise condizioni e a regole vincolanti, dettate dallo Stato democratico a salvaguardia di se stesso, per far fronte al fenomeno del ritorno del religioso e alla sfida del multiculturalismo, perché se è vero che senza democrazia le differenze scompaiono, è altrettanto certo che le differenze possono metterla in scacco se vengono lasciate al loro libero gioco e non rispettano il complesso delle norme che stanno alla base dell’ ordinamento democratico.

    Il confronto pubblico deve innanzitutto attenersi alla modalità della discussione democratica, cioè deve essere paritario (il confronto o è paritario o non è…). Tutti hanno il diritto di esporre il proprio punto di vista e di far valere le proprie ragioni, ma nessuno può beneficiare di una posizione di privilegio o di particolare prestigio . Anche le chiese sono una voce tra le altre e non possono presentarsi nell’arena pubblica come se fossero depositarie di verità indiscutibili e incontestabili (questo è un atteggiamento incompatibile con le regole della democrazia). Allo stesso modo, nel dibattito pubblico tutte le visioni etiche hanno pari dignità, senza che, come spesso accade nel nostro Paese, la posizione della chiesa cattolica rivendichi una superiorità etica rispetto alle altre concezioni morali e si presenti come detentrice del monopolio dei valori.

    Altra regola, intrecciata con la precedente, è quella per cui i soggetti coinvolti nel dibattito non possono imporre autoritariamente le proprie tesi, ma sono tenuti a proporle in modo argomentato, sottoponendole alla critica degli altri perché ciascuno possa valutarne la fondatezza. Così, gli esponenti delle chiese devono avere l’opportunità di portare nel dibattito le loro motivazioni teologiche solo se non pretendono di imporle in forza del principio di autorità; nella discussione pubblica anche le motivazioni teologiche appaiono come un’opinione tra le altre, che va sostenuta con buone ragioni e argomentata come ogni altra opinione. L’inclusione a pieno titolo delle religioni nella sfera pubblica richiede che esse rinuncino ad ogni presunzione di autosufficienza dogmatica e alla pretesa di rappresentare l’Assoluto, cedendo alla tentazione di sacralizzare se stesse. Come protestante mi sento di affermare che l’Assoluto appartiene solo a Dio, nella storia non ci sono assoluti, perché è il campo del relativo e del provvisorio. La modalità della discussione democratica è la via idonea per depotenziare gli integralismi di ogni tipo e i fondamentalismi riapparsi nello scenario del nostro tempo: vincolandoli al metodo dello scambio dialogico e all’uso pubblico della ragione, li si obbliga a legittimare le proprie convinzioni mediante argomenti plausibili invece di enunciarle in modo assertivo e perentorio. Ed è anche il modo per far sì che le religioni arricchiscano il dibattito della società civile impedendo che esse spadroneggino nella scena pubblica e diventino un pericolo per la democrazia.

    Vi è infine la terza regola: lo Stato democratico mantiene ben distinte la fase del dibattito nella sfera pubblica che, per definizione, è aperta a tutte le posizioni, dalla fase della vera e propria deliberazione politica che produce le leggi. In questa fase, come dice Habermas, “valgono solo le regole laiche” le quali prescrivono che nessuna posizione, nessuna chiesa e nessuna religione possa arrogarsi il privilegio di tradurre in legge per tutti la propria concezione particolare. Così, la gerarchia cattolica ha certamente il diritto di contribuire al dibattito su materie eticamente controverse come quelle concernenti l’inizio e la fine della vita, l’ingegneria genetica, il testamento biologico, le unioni civili, ma non può pretendere di trasporre sul piano legislativo la sua posizione confessionale facendosi fonte del diritto.

    Ecco la regola laica per eccellenza, il limite inoltrepassabile della democrazia: nessuno può avanzare la pretesa di veder tradotte in leggi universali la propria visione particolare e di imporre il proprio sistema di valori anche a coloro che non vi si riconoscono. Ciò significa che la gerarchia cattolica non può dettare la sua tavola dei valori come se fossero valori assoluti non negoziabili; a questo lo Stato democratico deve mettere un alt. Infatti, ciò che tiene insieme la società democratica non è un sistema di valori di una sola parte, di una sola tradizione, ma è l’insieme dei valori fondanti della democrazia stessa, incorporati nella Carta costituzionale, che rappresenta quella cornice normativa di diritti, doveri e leggi vincolanti per tutti, dentro la quale si colloca ogni componente della società (chiese comprese). Mi piace citare a questo proposito le parole illuminanti di Gustavo Zagrebelsky: “la democrazia non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa. Ma al di là di questo nucleo di principi fondanti, essa è relativistica nel senso preciso della parola, cioè nel senso che i fini e i valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano” . Pertanto, gli unici valori non negoziabili sono quelli che stanno a fondamento della democrazia stessa, perché se fossero messi in dubbio, anche la democrazia sarebbe in pericolo. Tutti gli altri valori, che fanno capo a diverse visioni del mondo, religiose e non religiose, possono essere non negoziabili nelle scelte individuali, ma devono necessariamente essere negoziati nella sfera della politica. In una società pluralista, dove esistono più fedi e più concezioni morali, occorre imparare l’esercizio responsabile e tutto laico della negoziazione paziente e del compromesso, inteso nel senso alto del promettere insieme, in cui ciascuno rinuncia a qualcosa in più per sé per poter giungere a decisioni comuni, a un patto di convivenza tra diversi, che sancisca norme condivise che ognuno si impegna ad osservare al di là della sua appartenenza particolare. Mediante questo patto si giunge a un tipo di convivenza democratica fondata, secondo la felice formula di Habermas, sulla solidarietà tra estranei , che tali intendono rimanere per non rinunciare alla loro peculiare forma di vita, pur riconoscendosi in un quadro concordato di leggi vincolanti per tutti e condividendo la comune condizione di cittadinanza, che fa tutt’uno con l’identità pubblica, unica forma di appartenenza che supera, senza negarle, le appartenenze particolari. Il patto laico della convivenza tra diversi evita, come si diceva, il pericolo di cadere in una società assimilazionistica che non salvaguarda il pluralismo delle differenze e, dall’altro, scongiura il rischio opposto della frammentazione della società in tante comunità separate (una forma di coesistenza senza convivenza).

    Tutto questo risulta particolarmente chiaro se pensiamo alle spinose questioni della bioetica, sulle quali si scontrano diverse visioni morali, cioè diverse concezioni del bene. Bisogna prendere atto che nella società democratica, in cui entrano in gioco orientamenti di valore di segno diverso e progetti contrastanti di vita buona, non è né prospettabile né auspicabile la convergenza unanime su un’unica idea del bene. Anzi, come dice Gian Enrico Rusconi, “la pluralità delle ‘visioni della vita’, delle ‘concezioni del bene’ o della ‘natura umana’ non è una disgrazia pubblica cui ci si deve rassegnare, ma è l’essenza del pluralismo”.

    La via laica per legiferare su problemi complessi e eticamente controversi è, ancora una volta, quella di avviare un dibattito il più ampio possibile, aperto a tutti i punti di vista, in cui le differenti concezioni possano avanzare le loro proposte in un interscambio di argomenti, fino a trovare un accordo su leggi democraticamente giuste, che sono tali in quanto non rispecchiano un’unica visione religiosa, filosofica o morale (fosse pure quella della maggioranza), perché, se ciò accadesse, verrebbero calpestati i diritti di coloro che non aderiscono a quella particolare visione, in contrasto con il principio costituzionale della tutela della libertà di ciascuno.

    Le leggi laiche, democraticamente giuste, non adottano certezze rigide contrapponendole ad altre certezze e non obbligano a determinate scelte in nome di un unico sistema di credenze e di valori, ma, per citare ancora Zagrebelsky, adottano un orientamento di tipo mite, così da lasciare libero ciascuno di decidere in prima persona i criteri della propria condotta, secondo la sua visione etico-religiosa, e di impedire che “i più forti si sentano autorizzati a imporre il proprio esclusivo punto di vista sulle cose della vita e trasformarlo con la forza della legge nel punto di vista di tutti”.

    Ancora una volta la laicità chiama in causa l’arte del compromesso come elemento costitutivo della democrazia, ovvero la pratica della mediazione nel conflitto tra valori, che è una delle grandi sfide del nostro tempo. Schematizzando, l’atteggiamento laico è proprio di chi accetta che vi siano leggi che permettono scelte che personalmente non farebbe mai in base alle sue convinzioni; l’atteggiamento opposto è quello di chi pretende che la sua verità debba essere la verità di tutti e vuole una legislazione che tenga conto solo della sua visione di parte. Lo Stato laico, infatti, è uno Stato di diritto e non è uno Stato etico, non si fa portatore di un’unica concezione del bene, di un’unica visione morale, ideologica o religiosa, togliendo legittimità ad altre visioni del mondo, e nel legiferare si attiene al criterio per il quale le leggi, avendo una validità obbligante per tutti, non possono ricalcare un solo sistema di credenze, ma devono tutelare la libertà dei cittadini di essere soggetti responsabili delle loro scelte.



    1 Cfr. B.DE GIOVANNI, L’ambigua potenza dell’Europa, Napoli, Guida, 2002, p.36.
    2 Ivi, p.308.
    3 Cfr. A.E.GALEOTTI, Ma c’è laicità e laicità, in “Reset”, nov.-dic. 2007, n. 104, p. 24.
    4 Cfr. M.WALZER, Il filo della politica. Democrazia, critica sociale, governo del mondo, Reggio Emilia, Diabasis, 2002, pp.97-98.
    5Cfr. G.E.RUSCONI, Non abusare di Dio. Per un’etica laica, Bergamo, Rizzoli, 2007, p.164.
    6 Cfr. ivi, pp.58-59.
    7 Cfr. A.SEN, Identità e violenza, Bari, Laterza, 2006, p.15.
    8 Cfr. J.BAUBEROT, Laicité 1995-2005. entre passion et raison, Parigi, Seuil, 2004, p.262.
    9 Cfr. J.HABERMAS, L’inclusione dell’altro, Milano, Feltrinelli, 1998, pp.58-59.
    10 Cfr. J.HABERMAS, Tra scienza e fede, Bari, Laterza, 2006, p.34.
    11 Cfr. G.ZAGREBELSKY, Imparare la democrazia, Roma, La Biblioteca di Repubblica, 2005, p.25.
    12 Cfr. J.HABERMAS, Solidarietà tra estranei, Milano, Guerini e Associati, 1997.
    13 Cfr. G.E.RUSCONI, op.cit., p.163.
    14 Cfr. G.ZAGREBELSKY, La virtù del dubbio, Bari, Laterza, 2007, p.96.