mercoledì 13 agosto 2008

L’impegno della chiesa nel nostro tempo

Savona 1968

La Conferenza, udite le valutazioni della situazione presente della nostra Chiesa, contenute nel rapporto del Comitato Permanente e rispecchiate dall’ampio dibattito, conferma l’esigenza non più rinviabile di dare ai problemi vecchi e nuovi soluzioni nuove e adeguate che consentano modi di servizio e di testimonianza consoni al tempo di crisi e di radicali trasformazioni della società in cui siamo chiamati a predicare la Parola di Dio.

Pertanto:

  1. Le nostre comunità prendano coscienza che non possono coltivare soltanto una vita di pietà nel loro interno, ma devono anche annunciare l’Evangelo, senza compressi, a tutto il paese. La Chiesa rifiuti di essere conforme a un sistema da vita che vuole soltanto conservare se stesso, ma accetti di promuovere il processo di liberazione dei minimi dallo sfruttamento; non sia condizionata dalla preoccupazione di salvaguardare il prestigio denominazionale ma da quella predicazione.


  2. Si concentri, si caratterizzi e si localizzi l’iniziativa del metodismo nel contesto dell’evangelismo italiano.

    Ciò comporta:

    • la riaffermazione del principio del sacerdozio universale del credenti con l’immediata valorizzazione del diaconato in tutte le implicazioni che esso ha nella vita della Chiesa secondo l’insegnamento della Scrittura e con la istituzione di un secondo ruolo pastorale che si differenzi dall’attuale per un diverso rapporto amministrativo con la Conferenza;

    • l’immediata valorizzazione di un pastorato che non abbia soltanto caratteristiche parrocchiali ma riacquisti quelle della predicazione fatta al mondo.



  3. La Conferenza demanda al Comitato Permanente lo studio e l’attuazione organica di tali proposte, tenendo conto dei risultati che, per iniziativa dei singoli Circuiti, si registreranno in questa linea.


  4. La Conferenza impegna tutti i suoi componenti a portare alla base l’esigenza di questi nuovi modi di testimonianza e quella di un adeguato approfondimento teologico.

lunedì 11 agosto 2008

Sacerdozio universale, ministeri, strutture della chiesa

Ecumene 20-25 Agosto 1978

La riflessione sul tema di questo Campo è un ulteriore momento di una ricerca iniziata alcuni anni or sono sul problema non solo di un rinnovamento del pensiero teologico delle nostre chiese ma anche della loro organizzazione.
Già nello ‘atto di autonomia’ del 1962 si afferma che nella chiesa c’è un solo sacerdozio, quello della predicazione dell’Evangelo, e che non esiste il sacerdozio “detenuto esclusivamente da un ordine particolare o da una particolare categoria di uomini.”

Nella Conferenza Metodista del 1975, nel campo biblico dello stesso anno, e successivamente nella Conferenza del 1976, si individua lo spazio di azione delle nostre chiese nella contrapposizione della predicazione dell’Evangelo alla cultura dominante cattolica. In questo quadro si ritiene che il compito del pastore si configuri “come strumento di aggregazione comunitaria”, con il conseguente rifiuto di “ogni ruolo sacrale e tentazione individualistica”. Nel presente campo, lungo la linea della elaborazione sopra ricordata, si è cercato di affrontare i seguenti temi:
  1. Struttura. Nell’ambito di un discorso sulla ecclesiologia, essa risulta essere ripetizione di moduli predeterminati affidata ad un gruppo elitario di persone, che ne curi e garantisca la trasmissione. La chiesa però nel suo organizzarsi non può affidarsi a tale modalità, in quanto suo compito è la predicazione dell’Evangelo, che “non equivale a trasportare nella nostra realtà, in modo automatico, una determinata testimonianza biblica” (Campo biblico 1977).

    Il riferimento biblico è per noi senza dubbio ineliminabile, ma ciò comporta numerosi problemi: per esempio, la presenza nello stesso Nuovo Testamento di varie e diversificate interpretazioni della figura di Gesù ci costringe a mettere in discussione il quadro teologico e concettuale ritenuto ancora oggi intangibile. L’evento del “Dio che non può essere posseduto”, del Dio che Gesù di Nazareth rivela come agape, in contrapposizione al Dio raggiungibile attraverso ‘eros’, è da rivivere nella nostra situazione strorico-culturale, alienante proprio perché ripetitiva di valori obsoleti.


  2. Ministeri. Nelle chiese di cui il Nuovo Testamento dà notizia v’è varietà di ministeri, frutto di situazioni ed ecclesiologie diverse: non vi è quindi un unico modello riproducibile. Tuttavia storicamente si è verificato con solo il prevalere di alcuni ministeri su altri, ma gli stessi sono stati cristallizzati come momenti pedagogici (ripetitivi), e inevitabilmente ridotti a strumenti di mediazione.

    Ogni tipo di mediazione sacrale è inaccettabile, anche se questa costantemente si riproduce nella vita dell’uomo; riteniamo invece accettabili quei momenti di mediazione” tecnica ove essa, in vista di una lotta contro le alienazioni della cultura dominante, si configuri come strumento di aggregazione comunitaria, e sia sottoposta a verifica da parte dell’assemblea.

    Un aspetto del permanere di una mediazione sacrale sembra essere il riferimento ad una vocazione ‘speciale’, all’interno di una più ampia rivolta a tutti i credenti. Pur nei limiti della nostra analisi riteniamo che il riferimento alla vocazione ‘generale’ di tutti i credenti sia mezzo insostituibile per combattere la presunzione dell’esistenza di una casta elitaria, sacra ed intangibile per volontà divina.


  3. Evangelizzazione. Nel quadro della ‘vocazione generale’, i ministeri nella chiesa sono pertanto una risposta di servizio. Ci sembra che le varie forme in cui questo servizio si organizza debbano tendere ad aggregazioni in vista della lotta per la liberalizzazione del popolo dai condizionamenti culturali e religiosi che lo opprimono: questo ci pare essere oggi evangelizzazione.

    Contattiamo che le attuali strutture delle nostre chiese non sono funzionali a tale scopo perché rivolte – nella maggioranza dei casi – ad una edificazione fine a se stessa della comunità. Di fronte alla “grave ora di disorientamento e di sfiducia che il paese attraversa, in cui si manifestano da una parte tentativi di restaurazione del cattolicesimo romano tradizionale e dall’altra parte ricerche di illusorie certezze in nuovi culti o movimenti spiritualistici” (odg sulla evangelizzazione non è offrire la sicurezza religiosa che la gente chiede, ma annunziare il Cristo che libera. Ciò comporta però avere il coraggio di vivere la ‘nuova nascita’ anche sul piano delle nostre strutture, elaborandone di nuove e credibili.

    Riconosciamo di non avere soluzioni pronte a questo riguardo: pure dobbiamo tentare nella vita concreta delle nostre chiese di attualizzare quel sacerdozio universale dei credenti che al tempo della Riforma costituì elemento di rottura di una situazione cristallizzata, e di apertura verso un nuovo cammino.

giovedì 7 agosto 2008

The beauty of life in Ecumene


The Centre of Ecumene works all year long and its beauty is visible whenever you come. It is placed over a mountain in Velletri with a great view at the old part of the city. Since it’s calm and quiet Ecumene has become a perfect place for people looking for rest and moment for a prayer.

In summer the Centre fills up with children, youth and families. In other months there are prayer, theology, political meetings. People are getting married in Ecumene. There are big feasts for Thanksgiving and other holidays. Since you find Ecumene you will want to come back any time.

And since Velletri is only one hour train trip from Rome, it’s a great place to go around and visit important historic places of Italy. You are always welcome to the Centre of Ecumene.




mercoledì 6 agosto 2008

La predicazione nel nostro tempo

Ecumene, 19-25 settembre 1977

Il Convegno di pastori e laici che si è riunito ad Ecumene dal 19 al 25 settembre 1977, in seguito all’invito della ultima Conferenza, per un esame del problema della predicazione nel nostro tempo, ha affrontato i seguenti temi:

  • la questione del canone biblico
  • una valutazione della critica biblica e delle problematiche ad essa connesse
  • una panoramica delle più recenti analisi scientifiche condotte sulla Bibbia e degli interrogativi che esse pongono.

Il dibattito si è articolato intorno a questi punti:
  1. Tenendo conto dei risultati sinora acquisiti dalla ricerca biblica è possibile affermare che la Bibbia è una raccolta di testimonianze di fede nel Dio vivente e, in quanto tale, gli scritti, sia dell’Antico che nel Nuovo Testamento intendono essere un annuncio di ciò che, nella fede, è stato compreso e vissuto come intervento di Dio nelle vicende degli uomini.Non deve sorprendere perciò il fatto che nel Nuovo Testamento (sul quale l’assemblea si è particolarmente soffermata) abbiamo a che fare non con delle testimonianze diverse, la cui diversità è dovuta non tanto alla personalità degli autori quanto, piuttosto, alla situazione oggettiva in cui le chiese dell’epoca si trovavano a testimoniare dell’evento della rivelazione.

    Questo carattere degli scritti neotestamentari (come peraltro di quelli dell’Antico Testamento), comporta che è illusorio pretendere di incontrare direttamente, chiaramente e inconfondibilmente la Parola di Dio nella sua immediatezza; al contrario essa si fa “…conoscere in maniera velata, nascosta, contraddittoria: perché la sua Parola sia e rimanga veramente la Parola di Dio riconoscibile soltanto nel mistero della fede.” (Subilia, Sola Scriptura, pag. 45, Claudiana, Torino 1975 )


  2. C’è una ragione di ordine storico per poter insistere sulla necessità e attualità del riferimento alla Bibbia: la civiltà occidentale, nelle sue grandi linee, è costruita su valori presunti cristiani, la cui portata mistificante può essere smascherata soltanto attraverso una attenta analisi scritti biblici.
    C’è poi, soprattutto, una ragione di ordine teologico: in diverse tradizioni bibliche cogliamo una proclamazione dell’evento della rivelazione, che è l’evento di Gesù di Nazareth.

    In questo senso parliamo oggi di ‘Sola Scriptura’. Dunque non nel senso che sia possibile riferirsi alla Bibbia in modo acritici, ritenendo come canonico, cioè normativo, tutto ciò che è contenuto nelle sue singole parti: in essa i sono degli scritti (per esempio le lettere pastorali in cui l’acento viene posto particolarmente sulla chiesa e sui problemi della sua organizzazione) il cui centro non è più la proclamazione dell’evento.


  3. Da quanto detto finora, PREDICARE non equivale a trasportare nella nostra realtà in modo automatico una determinata testimonianza biblica ma rivivere l’evento di Gesu di Nazareth nella nostra situazione storica. “Cosa sia Evangelo non è cosa che lo storico decide una volta per tutte; Evangelo è ricerca e decisione del credente condotto dallo Spirito Santo nell’ascolto e nella lettura della Scrittura.” (Gioventù Evangelica, Nº 20, pag. 7)

    Appare evidente che ogni ricerca di una linea di predicazione è intrinsecamente legata ad una prassi, cioè ad una scelta di vita della comunità.
    Tale prassi veniva già indicata dalla Conferenza del 1968 come promozione del processo di liberazione dei minimi dallo sfruttamento, e nei documenti delle Conferenze e dei Convegni pastorali del 1975 e del 1976, sintetizzata nei termini di contrapposizione del messaggio dello Evangelo alla cultura dominante ‘cattolica’.

    In concreto, ciò significa che oggi le nostre chiese devono essere momenti non tanto di aggregazione religiosa quanto, piuttosto, di aggregazione comunitaria per una predicazione che si opponga vigorosamente alle spinte, già in atto, verso una società totalizzante: e cioè una societa che, per la sua stessa struttura e per le logiche che ne derivano, tende ad emarginare e ad espellere i’diversi’, ossia coloro che non si collocano all’interno delle sue istituzioni e dei suoi schemi di vita, fuori dai quali – si afferma da più parti – ci sarebbero, solo fenomeni di disordine o addirittura si sovversione, che vanno repressi per difendere lo ‘stato democratico’.


Questo discorso non convince: infatti, da una parte non si comprende come possa dirsi ‘democratico’ uno stato che nega il diritto alla ‘diversità’, dall’altra, nella nostra situazione, lo stato che si vuole difendere non riesce ad assicurare neanche quei servizi fondamentali per un normale svolgimento della vita associata: quindi il costante riferimenti allo ‘stato democratico’ è di fatto una sorta di ‘mitologia’.

In questo contesto, la predicazione della ‘libertà del cristiano’ è un contributo concreto per la realizzazione del diritto all’esistenza dei ‘diversi’ in quanto tali, e nel contempo una lotta per l’affermazione della verità contro ogni ‘mito’: pertanto, veramente liberatoria.